UNO SGUARDO ANTROPOLOGICO SU REGGIO CALABRIA. PATRIMONIO DI VOCI A TUTELA DEL MOSAICO IMPERFETTO – 5^PUNTATA

CAPITOLO 3

IL LUOGO E IL SUO RACCONTO. COSTRUIRE PATRIMONIO ATTRAVERSO LE VOCI

3.1 La terrazza sul mare: la città vive qui

Si continua per la bella via Marina, che senza iperbole, offre quel sublime spettacolo, in ogni ora del giorno e della notte, che pochi siti del mondo possono dare, perché qui tutto attrae, tutto affascina la vista! Su questa strada è da osservarsi la villa Zerbi di capricciosa architettura, la chiesa di Santa Maria di Porto Salvo, che ha sul campanile un fanale a luce fissa verde, e gli avanzi d’ antiche terme, da una parte; e dall’altra, lo sbarcatoio, con due fanali a luce fissa rossa, l’ufficio di Sanità marittima, un bel fabbricato con ringhiera a mare che è la fontana e pescheria assieme, e, presso il gassometro, i ruderi di un forte conosciuti col nome di Fortino1.

Quella fascia di territorio che si estende tra la via Marina e il Lungomare, attraverso i secoli è stato ed è il biglietto da visita di questa città, il primo luogo che incontri quando arrivi, l’ultimo che lasci quando te ne vai; è la terrazza sul mare di Reggio Calabria, «il punto, anche, di dove prende inizio la lettura del paesaggio urbano. Per gli architetti e gli urbanisti sarebbe il salotto della casa, il vano di tutti, dove ci si ritrova dopo cena; in una visione geografica è il punto focale, magico, di tutta l’organizzazione territoriale, il vuoto più pieno di contenuti, lo spazio da cui si irradiano e a cui confluiscono tutti gli spazi umanizzati2» e da cui parte il nostro primo racconto.

Il Lungomare porta il nome di Italo Falcomatà, figura molto importante poiché «la possibilità d’identificazione dipende non solo da un’interpretazione della qualità sensoriale, ma anche da chi controlla il luogo, da chi l’ha costruito3». Italo Falcomatà è stato sindaco di questa città e ha dato un forte impulso affinché uno dei luoghi più rappresentativi di Reggio Calabria ci appaia così come lo vediamo oggi. Purtroppo Italo Facomatà, sindaco di Reggio Calabria dal 1993 al 20014 non può più parlarci direttamente del luogo che porta il suo nome e Giuseppe, suo figlio, l’ha fatto per lui.

La nostra storia inizia all’arena di fronte alla statua della dea Atena e subito a Giuseppe gli viene spontaneo dirmi che «la statua era rivolta verso l’esterno, papà durante i lavori di recupero del Lungomare decise di farla rivolgere non più verso l’esterno ma verso l’interno in quanto Reggio non si doveva difendere dagli attacchi esterni ma da ciò che succedeva all’interno». Italo era professore d’italiano e storia e nel 1993 viene eletto tra i consiglieri comunali del comune di Reggio Calabria. Questa è l’ultima elezione comunale con la vecchia legge elettorale che prevede l’elezione del sindaco da parte della giunta comunale. In questo periodo si usciva da una guerra di mafia e la città è spenta sotto tutti i profili. Per Falcomatà il primo obiettivo era far tornare i cittadini fuori a vivere la loro città tuttavia questo andava fatto con un pesante buco di 300 miliardi di lire nelle casse comunali. Nonostante questo “macigno”, vengono avviate le prime iniziative tra cui il riavvio della stagione teatrale presso il Francesco Cilea e l’organizzazione della prima Estate Reggina a partire dal 1994. Falcomatà ha un approccio nuovo con la città e il suo motto era «bisogna far rinnamorare i Reggini di Reggio» e come punto di partenza metteva la cura degli spazi pubblici con la forte convinzione che «l’esempio è la fonte dell’azione successiva». Giuseppe con grande orgoglio sottolinea che l’azione di papà è fortemente caratterizzata dalla sua grande perseveranza nel portare le sue battaglie a Roma e sicuramente una delle principali fu quella a sostegno della costruzione del Lungomare.

GIUSEPPE F.: Papà era sempre presente nei cantieri come un padre con la sua famiglia, controllava come dovevano essere posizionati i san pietrini…la città era la sua famiglia. La famiglia capisce quello che stai facendo.

Falcomatà, il Lungomare, la Via Marina, non c’è reggino con cui parli che che non sia desideroso di raccontarsi attraverso i ricordi che tutto questo riesce a evocare nelle loro menti, rafforzando lo stretto legame tra luogo, storia e memoria.

ALESSANDRA: Il Sindaco Falcomatà…il grande Falcomatà, beh, ecco, la città deve molto, per non dire tutto a lui, a questo grande uomo, umile, semplice, grande! Purtroppo l’ho vissuto poco ma ha lasciato un grande segno, lui è tra noi, basta andare sul Lungomare, il suo Lungomare, la sua via Marina, ultimo suo segno lasciato alla città prima di lasciarci. Passeggiando sul Coso Garibaldi, lo incontravo sempre, in quanto persona semplice era un cittadino come tutti che si godeva la sua città…

In questi luoghi non vive solamente il ricordo di Italo Falcomatà, la città vive qua e ognuno a modo suo narra questi luoghi in base al proprio vissuto personale.

ALESSANDRA: Il luogo della città che più mi rappresenta è assolutamente il Lungomare, li troviamo un concentrato di uomini, ma un po’ tutte le generazioni, luogo di ritrovo estivo, dove tra l’altro in questo periodo dell’anno viene arricchito dai lidi sulla spiaggia e dai chioschetti aperti qua e là…

GIUSEPPE F. : La via Marina, qui si riversa la città. È un luogo dove c’è il bello concreto, qui c’è la potenzialità della città. C’è il ragazzo che pesca, c’è l’ubriaco notturno, c’è l’anziano che viene a correre, c’era il festival del cinema presso l’arena, c’è la città con tutte le sue contraddizioni.

PINO: Chi meravigghjiia! Avi i quand’eru picciriddhu chi mi meravigghjiia sempri sta billizza. Ijeu nascia ‘cca vicinu e i primi passi i fici nti sta’ ribba. Ijucava ca’ sabbia e chi tanti petri russi ch’erunu resti di mattuni chi ll’unda purtando avanti e arretu, levigava. Me’ nonnu mi cuntava tanti stori…5

Sicuramente i luoghi fin qui raccontati non hanno solo una forte valenza personale e paesaggistica, ma servono a «tenere insieme la città sia sotto il profilo sociale sia sotto quello architettonico6»; il valore che viene loro attribuito testimonia il continuo legame tra passato e presente laddove seppure la società di oggi si trasforma molto rapidamente, «sentiamo il bisogno di produrre patrimonio7» in quanto «evoca il passato, esso concerne prioritariamente il presente e, in una certa misura, determina anche il nostro futuro8».

Nel momento in cui uno spazio geografico acquisisce per l’individuo e per la società un significato, possiamo allora affermare che il processo di patrimonializzazione sia già in atto per questi luoghi: «l’organizzazione della memoria attraverso gli oggetti e il paesaggio, la sintassi per così dire, diventa una vera e propria narrazione che parla della società che ha raccolto questi oggetti e ha preservato questo paesaggio, delle sue preoccupazioni, della sua idea di memoria e di tempo9».

Lo spazio, i luoghi fin qui raccontati non racchiudono solo significati ma anche memorie, il cosiddetto paesaggio della memoria il quale impone una distinzione importante tra memorie individuali e memorie collettive. «Le memorie individuali, leggere ed effimere, si sovrappongono alle memorie collettive, più solide e durature, che si legano intimamente alla storia della società, ai suoi topoi significativi, che sono come stazioni territoriali della sua vicenda, della sua affermazione sul territorio in cui essa si identifica10».

3.2 Sbarre: racconto tra passato e presente di uno spazio urbano

Nell’esplorare una città, ciò che individuiamo non sono solo i luoghi simbolo come il Lungomare e la via Marina, lo spazio urbano si compone anche dei suoi quartieri. Il quartiere costituisce l’angolazione, la prospettiva da cui l’individuo guarda verso il resto della città11 o i confini entro cui una persona delimita la città stessa. E quando inizi a indagare un quartiere piuttosto che un altro nessuno meglio di chi l’ha vissuto dal di dentro può presentartelo, soprattutto se si vogliono cogliere tutti quegli aneddoti che anche un ricercatore stanziale non è in grado di individuare poiché tutto quello che gli si presenta davanti agli occhi è frutto di azioni passate a cui non ha preso parte. «E poi non basta neppure osservare la gente, immergersi nel loro quotidiano, occorre anche conoscere le loro storie, conoscere le loro memorie, indagare sulla toponomastica, così rivelatrice spesso degli originari rapporti che si sono instaurati tra uomini e territorio12».

Per la prospettiva quartiere-città ho scelto il quartiere Sbarre.

Sbarre affaccia sullo Stretto, il suo territorio è delimitato dalle fiumare Calopinace e Sant’Agata ed è sovrastato dal rione Modena. La prima questione che voglio pormi è se sia più indicato definire Sbarre quartiere o rione e per Giuseppe, mio interlocutore, presidente dell’Associazione Culturale Sbarre e qui residente da sempre non ha dubbi a riguardo.

GIUSEPPE C. : Sbarre è un rione di Reggio Calabria. Preferisco usare il termine rione per identificare questa zona della città, dal momento che si tratta di un’area urbana il cui sviluppo urbanistico è avvenuto tenendo come schema di riferimento l’impianto viario antico, che ancora oggi si può osservare.

Il rione Sbarre è abitato da circa 40.00013 abitanti e nasce come borgata agricola la cui unica via d’accesso era un ponte situato all’altezza della via Sbarre Centrali e la cui densità abitativa era minima. Oggi il rione ha subito un forte processo di urbanizzazione e viene considerato l’espansione verso sud del centro storico, un quartiere cambiato non solo perché più costruito ma anche molte persone che vi risiedono non sono le stesse di allora, perlomeno non tutte come si legge dalle parole di Antonio, giornalista reggino.

ANTONIO: Sbarre non è più un rione, anzi “quel rione”; bensì un luogo vissuto di natura incerta. Quanti vi abitano si conoscono appena, o non si conoscono affatto. Probabilmente non si salutano neppure. Tutto era diverso nella vecchia Sbarre, dove la vita comunitaria aveva le sue regole, anzi il suo codice. I matrimoni, i lutti, il Natale e la Pasqua erano fatti di tutti non di una sola persona o di una sola famiglia.

Il cambiamento urbanistico è anch’esso fortemente percepito.

GIUSEPPE C. : Io sono testimone del radicale cambiamento del territorio di Sbarre, da borgata agricola a centro residenziale. In questi ultimi cinquant’anni molti pezzi del rione sono scomparsi ed hanno fatto posto alle nuove costruzioni.

Le nuove costruzioni, lo sfaldamento del passato agricolo hanno portato con sé gente nuova a Sbarre che ha delineato il nascere di un nuovo tessuto sociale nel rione.

GIUSEPPE C. : Bisogna considerare che il cambiamento di Sbarre si è accompagnato ad un profondo cambiamento nel tessuto sociale. La costruzione degli edifici di edilizia residenziale pubblica ha determinato l’afflusso a Sbarre di nuclei familiari provenienti da altre realtà cittadine, che nella maggioranza dei casi sono stati poco propensi ad integrarsi con la realtà del territorio, a cominciare dalle parrocchie, che sono state in questi anni il porto sicuro dove rifugiarsi. Mi creda, vi sono alcuni palazzi, costruiti con finanziamenti pubblici in forma di cooperative, belli, ordinati, puliti, con il cancello del cortile sempre chiuso. Quelli che abitano in queste cooperative escono la mattina per andare a lavorare, e rientrano la sera e si chiudono a casa. Non frequentano la parrocchia. Magari non fanno neanche la spesa a Sbarre. È come se vivessero altrove. Conosco i nuovi arrivati perché vivo in mezzo alla gente. Compreso gli stranieri: filippini, georgiani, marocchini.

In questa fotografia di Sbarre le informazioni che ci fornisce Giuseppe su Sbarre sono molteplici come i sentimenti che attraversano questo racconto tra memoria, nostalgia e presente. Le relazioni di vicinato che si perdono, vecchi centri di aggregazione come le parrocchie svestite del loro ruolo di collante della comunità. Infine i reggini di nuova generazione che vengono da lontano.

Emergono due Sbarre, una dal passato agricolo, una più attuale fatta dalle palazzine signorili del viale Calabria e del viale Europa dove l’anonimato tende a prendere il sopravvento.

Altro elemento che emerge del rione Sbarre è il suo venir considerato lontano dal centro della città più di quanto lo sia veramente.

GIUSEPPE C. : la fiumara Calopinace separa Sbarre da Reggio Calabria. Qui da noi, a Sbarre, quando dobbiamo andare in centro, diciamo ancora “vado a Reggio”. A Reggio, invece ci sono ancora molte persone che non conoscono affatto Sbarre, che dicono che è un rione caotico, che non conoscono le strade e quindi si perdono e via così.

Giuseppe stesso afferma che la fiumara Calopinace separa Sbarre da Reggio e così parlando mette una linea di demarcazione tra il rione e il resto della città. La separazione fisica della fiumara è percepita come una separazione mentale con il centro anche se volendo guardarla per quello che è si tratta di un’arteria stradale come c’è ne sono tante ma è interessante notare come vengano percepite come barriere invalicabili come se ci fosse ancora solo la fiumara e nessun ponte per passare dall’altra parte. I ponti, le strade con l’avvento della modernità vengono costruiti ovunque per collegare al meglio le nostre città ma la memoria e il fatto di venir percepiti come periferia laddove non si appartiene alla circoscrizione centro storico è sempre molto forte.

GIUSEPPE C. : i servizi pubblici che vengono erogati a Sbarre non hanno la stessa intensità di quanto avviene in centro. La periferia è una creazione della volontà politica.

Le distanze che si vengono a creare nello spazio urbano sono anche causate dalle scelte politiche non bastare mettere in comunicazione le varie parti della città con delle efficienti reti infrastrutturali, bisogna anche far sentire ogni individuo abitante della stessa città ovunque egli risieda, questo è quello che mi sembra di leggere tra le righe nelle parole di Giuseppe.

E tutte queste informazioni che fin qui ho ricevuto mi permettono di sottolineare «la feconda duplicità della metodologia dell’intervista cioè il suo avvenire qui e ora anche quando ha come oggetto l’allora e l’ altrove14» dove «il tragitto attraverso un paesaggio echeggia o stimola il tragitto attraverso un corso di pensieri15» il tutto a beneficio del sapere altrui fondamentale nel nostro viaggio attraverso la città.

3.3 Bienvenue a Reggio: la storia che non ti aspetti

Se fin qui abbiamo conosciuto dei luoghi attraverso le voci di chi la città di Reggio l’ha vissuta per molto tempo ed in alcuni casi ancora continua a viverci, la prossima voce è invece quella di Anne, signora francese di Parigi che ha scelto Reggio come sua seconda casa. Parlare di gentrification nella città di Reggio Calabria è tutt’ora azzardato in quanto non sono venuta a conoscenza di altri casi come quello di Anne tuttavia ritengo interessante questo incontro con chi vive da poco in questa città ma che ne ha già colto molti dei suoi pregi e difetti. Anne di professione fa la fiorista decoratrice floreale e racconta di essersi innamorata di questa città.

ANNE: Mi sono innamorata di Reggio Calabria. È una terra bellissima, selvaggia. C’è un’energia incredibile. Io sono più felice qui che a Parigi.

Non è solo la bellezza del posto però che ha condotto Anne in città, infatti qui ha iniziato un progetto di lavoro di co-working che abbraccia architettura, scenografia e design. Il contesto reggino, di cui alcune problematiche sono state nel secondo capitolo, è ben chiaro ad Anne che ad ogni modo resta ferma sulla sua decisione di investire professionalmente e umanamente in questa città.

ANNE: Alcuni mi hanno giudicata folle. A qualcuno ho dovuto spiegare la mia scelta. So benissimo dove mi trovo, leggo i giornali e conosco le problematiche legate a questa regione e a Reggio Calabria. Io non voglio portare avanti battaglie. Non per forza servono dichiarazioni d’intenti, a volte basta semplicemente esserci. Sognare è bello, ma poter fare lo è ancora di più. Purtroppo ci sono tanti problemi, lo so. Vedo in tanti che vanno via perché sono stanchi dei problemi o perché decidono giustamente di seguire le proprie ambizioni. Ma restare significa rimboccarsi le maniche e fare qualcosa per questa meravigliosa terra.

Da queste parole possiamo dedurre su come Anne non si sia fatta influenzare nelle sue scelte dall’immagine predominante di questa città, quella della città-ombra e del pregnante spirito individualista. Il fatto di venire da fuori non la rende immune da queste problematiche anzi ha iniziato a conviverci.

ANNE: C’ è un forte senso dell’apparenza. Si tende a ostentare, a dimostrare sempre qualcosa. E poi c’è la spazzatura. A prescindere dalle problematiche che conosco poco, c’è poca cura degli spazi comuni. Delle strade e delle spiagge. Le case sono tutte pulite e splendono. Fuori però è diverso. Sembra che qua si siano abituati al brutto e al degrado […] Non trattate la città come casa vostra, non la curate, c’è la tendenza ad abbandonarla, ad aspettare che siano sempre gli altri a fare qualcosa.

Secondo me, Anne come lascia intendere dalle sue parole cerca di sottolineare che essere reggini non vuol dire tenere pulito solo il proprio giardino, bisogna prendersi cura dell’intera città il tutto però non vuole suonare come una critica ma come una spinta a fare meglio.

ANNE: Avete tutto, la natura, la storia la gastronomia. Eppure non riuscite a valorizzarli o, peggio ancora calpestate i vostri tesori. Ho lavorato tanto nella vita e lo faccio ancora. Tra tutte le città possibili ho scelto Reggio perché mi è entrata nel cuore, qui è la mia scelta di vita. Amo questa città. Dovreste amarla di più anche voi.

Qui le impressioni di Anne sulla città si fanno ancora più intense «Amo questa città. Dovreste amarla di più anche voi» e sono queste espressioni che ci fanno capire che non sono gli anni di residenza che fanno lo status di cittadino ma il senso di appartenenza a un luogo che può diventare molto forte anche se si viene da lontano. Per Anne la città è personificata e come tale non può essere considerata soltanto un mero luogo fisico.

A sperare tutto il bene per questa città non c’è solo Anne ma ci sono anche i reggini “di dentro”.

ALESSANDRA: Certo con il tempo Reggio un po’ è cambiata, politici che si son mangiati la città, cittadini che non hanno fatto molto per non peggiorare la situazione… Spero in un futuro prossimo migliore, spero che i nuovi esponenti della politica riescano a riprendere la città in pugno e ne facciano un futuro migliore per tutti, perché non si vive solo di mare o di sole, o di feste cittadine…

L’immagine conclusiva che voglio far emergere e lasciare di Reggio Calabria è proprio questa, la città impegnata a trovare la sua strada, consapevole delle barriere da abbattere e dei mezzi con cui poterlo fare. Ci sono tante voci, esperienze e percorsi individuali di vario genere che se messi insieme nel modo giusto sapranno valorizzare e rendere migliore questo territorio. La città è un grande mosaico fatto di tanti pezzi tutti diversi che una volta assemblati insieme creano un’immagine. La bellezza del mosaico deriva proprio dalla differenza da un pezzo con l’altro, nessuno è uguale però non possono fare a meno di stare insieme perché senza ognuno di essi non esisterebbe nemmeno il mosaico stesso. La città senza le voci non esisterebbe, dietro ogni pezzo, ogni paesaggio c’è una storia, una memoria, un aneddoto di cui chi è interessato veramente a conoscere la città non ne può fare proprio a meno.

1 Fortunato Lupis Crisafi Introduzione in Meduri, A., 2008, Cosa giusta non è! Reggio com’era nel 1908, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, p. 16.

2 Turri, E., 1974, Antropologia del paesaggio, Milano, Edizioni di Comunità

3 Lynch, K.,1981, Il senso del territorio, Milano, Il Saggiatore, p.44.

4 Italo Falcomatà si spegne a Reggio Calabria l’11 dicembre 2001 a 58 anni a causa della leucemia.

5 «Che meraviglia! È da quando ero piccolino che mi meraviglio sempre di questa bellezza. Io sono nato qua vicino e i primi passi gli ho fatti su questa riva. Giocavo con la sabbia e con le tante pietre rosse che erano i resti di mattoni che le onde levigavano portandoli avanti e indietro. Mio nonno mi raccontava tante storie… ».

6 Solnit, R., 2005, Storia del camminare, Milano, Bruno Mondadori, p. 203.

7 Ferrata, C., in Paesaggio senza memoria? Perché e come tutelare il patrimonio, Museo Etnografico Valle di Muggio, Quaderno n° 6, p. 22.

8 op. cit., p. 22.

9 op. cit., p. 22.

10 Turri, E., 1998, Il paesaggio come teatro. Dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Venezia, Marsilio.

11 Questa tipo di analisi sul quartiere come punto prospettico verso la città si trova in Scaroelli, F., Cingolani, C.,(a cura di), 2013, Passare ponte. Trastevere e il senso del luogo, Roma, Carocci, p.113.

12 Turri, op. cit., p. 177.

13 Fonte http://www.reggiocal.it

14 Scarpelli F., Cingolani C., op. cit. p. 51.

15 Solnit, R., 2005, Storia del camminare, Milano, Bruno Mondadori, p. 6.

APPENDICE FOTOGRAFICA

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