MAGAZINE

Cosa vedere a Reggio Calabria: meraviglie e profumi di una città leggendaria…

Reggio Calabria è la città più estesa e popolosa della Calabria. Una città a cui la natura ha fatto molti doni: panorami da cartolina, preziosi frutti, clima mite quasi tutto l’anno , testimonianze artistiche e storiche di grande pregio. Famosi visitatori del passato hanno lasciato magnifiche parole a voler sottolineare la grande bellezza di questo territorio come Gabriele D’Annunzio che ha definito il Lungomare di Reggio il chilometro più bello d’Italia.

IMG_2239
Panorama sullo Stretto

Per iniziare l’esplorazione occorre ovviamente mettersi in viaggio perciò come arrivare a Reggio? L’opzione più pratica è sicuramente l’aereo prenotando un comodo volo di linea, charter o low-cost direzione Aeroporto dello Stretto oppure scalo internazionale di Lamezia Terme. Reggio Calabria è raggiungibile anche in treno, per verificare le opzioni di viaggio consultate il sito Trenitalia. Altra alternativa resta la macchina percorrendo la Salerno-Reggio Calabria. Per chi è già in Calabria, per esempio sei in vacanza a Tropea o Pizzo, io consiglio di provare l’esperienza di raggiungere la città con il treno regionale, godrete di panorami unici: insenature magiche, uliveti, agrumeti e tutto ciò che il vostro sguardo sarà in grado di cogliere…

Lido Comunale

Cosa visitare a Reggio? Sicuramente nel vostro itinerario non potrà mancare il Museo Archeologico Nazionale dove ad attendervi troverete i Bronzi di Riace e tanti altri reperti archeologici.

LEGGI ANCHE Benvenuti al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. Un viaggio tra le bellezze della Magna Grecia ma non solo…

La città però è anche un vero e proprio museo a cielo aperto: le Terme Romane e le antiche Mura Greche in Via Marina, il Castello Aragonese situato nell’omonima piazza Castello, le originali sculture dell’artista Rabarama sul Lungomare.

Ma dopo tanto camminare vi sarà venuta nel frattempo una gran fame e il delizioso profumo della cucina delle donne reggine vi ricorderà che è arrivata l’ora di pranzo e che ne dite di un bel piatto di pasta con pesce spada e pomodorini freschi?

Comunque che scegliate un primo di pesce o altre leccornie l’importante è che non vi dimentichiate del dolce: un gelato sul Lungomare non dovete farvelo scappare e perché no magari al gusto di bergamotto!

A questo punto vi chiederete ma cos’è il bergamotto? Il bergamotto è l’oro verde di Reggio Calabria, un agrume che fruttifica solo nella provincia di Reggio (…e pensate in nessuna altre parte del mondo!!!) con cui i pasticceri reggini hanno creato dolci dal sapore unico e speciale assolutamente da provare!

LEGGI ANCHE Reggio Calabria, la città che profuma di bergamotto. Storie e virtù di un frutto magico…

Bergamotto
Bergamotto di Reggio Calabria

Ma il vero elemento identificativo di questo luogo è quella fascia di territorio che si estende tra la via Marina e il Lungomare che attraverso i secoli è stato ed è il biglietto da visita di questa città, il primo luogo che incontri quando arrivi, l’ultimo che lasci quando te ne vai; è la terrazza sul mare di Reggio Calabria.

IMG_0029
Lungomare Italo Falcomatà

Il Lungomare prende il nome di Italo Falcomatà sindaco della città tra il 1993 e il 2001 ed è grazie al suo impegno se oggi reggini e turisti possono godere di questo posto magnifico dove ognuno è libero di fare quello che più gli piace: una semplice passeggiata, ritrovarsi con gli amici, fare attività sportiva all’aria aperta oppure semplicemente godersi i mille colori del tramonto sullo Stretto e lanciare un saluto alla bella Sicilia lì di fronte…

Lucia_Bartucca.jpg (3)
Tramonti reggini

Finito il vostro giro in città ritagliatevi del tempo per arricchire il vostro itinerario con delle escursioni nella provincia reggina: una gita in Aspromonte, una visita al pittoresco borgo di Bova, porta di accesso all’area grecanica ed ottimo punto di partenza per lanciarsi alla scoperta della Costa dei Gelsomini oppure farsi ammagliare dalla bellezza senza tempo di Scilla e della Costa Viola. Gli itinerari che potrete creare partendo da Reggio sono davvero tanti e per tutti i gusti…

Tuttavia quando arriverete in Calabria per la vostra vacanza, che sia inverno, che sia estate partite con tanta voglia di conoscere e esplorare luoghi nuovi e uno di questi la prossima volta siamo sicuri potrebbe essere proprio Reggio Calabria!!!

Non resta che salutarvi al prossimo post e augurarvi…buon viaggio!!!

Di borgo in castello: la tua favola made in Calabria comincia da qui!

C’era una volta e c’è ancora una favola da raccontare, da trasportare ai tempi di oggi ma che davanti agli occhi ancora ti parla con la sua bellezza di ieri, si sto parlando proprio di lei, la Calabria.

Solitamente quando passeggiamo per una città o per un borgo non è raro imbattersi davanti alla presenza di un castello che narra di un passato lontano ma che allo stesso tempo impreziosisce il paesaggio del luogo che stiamo visitando, una sensazione questa che provo sopratutto quando ritorno in Calabria, dove nei miei itinerari i castelli non mancano mai…

Comincio parlandoti del castello Ruffo di Scilla che solitamente riesco a visitare dalle tre alle quattro volte l’anno. Il mio assiduo volerci tornare lo capirai tu stesso quando avrai raggiunto il suo belvedere, con uno solo sguardo acchiappi tutta la bellezza di questo borgo marinaro che nonostante la forte attrattiva turistica riesce nelle linee delle sue case e delle sue strade a farti immedesimare ancora nel pescatore pronto a prendere il largo per la sua battuta di pesca, sentire il profumo del pesce spada che si propaga dalle cucine scillesi pronto ad impreziosire un delizioso panino ed il blu del mare che da lassù riesce ad accecarti di bellezza più di un sole che picchia durante una calda giornata estiva…

LEGGI ANCHE Scilla

Un altro castello, che ormai da quando “conosco” è uno dei miei soggetti fotografici preferiti è il Castello Normanno di Gerace: la sua decadenza immobile, nel cuore di un paesaggio aspromontano da sogno narra il glorioso passato di questo splendido borgo e detta nuove parole a chi è alla ricerca di nuove pagine da scrivere. Visitare, scoprire, studiare, fotografare il castello di Gerace è come analizzare un dipinto di Van Gogh il cui incalcolabile valore è proprio lì davanti agli occhi di tutti.

LEGGI ANCHE Gerace

Continuiamo il nostro viaggio tra castelli a Bova, borgo conosciuto al “grande pubblico” come uno dei centri più importanti dell’area grecanica ricco di storia e bellezze paesaggistiche. Un luogo curato che ti fa capire quanto i suoi cittadini lo amino e fanno di tutto per preservarlo affinché chiunque decida di visitarlo riesca a ripercorrere la storia attraverso una semplice passeggiata. Qui il connubio tra aria pura, storia, paesaggio e delizie gastronomiche ci guidano tra i suoi vicoli prima della nostra destinazione finale al tramonto: il Castello Normanno di Bova! Della costruzione originaria purtroppo resta poco al contrario della voglia di affacciarsi sul calar della sera ad osservare il volgere dei colori in questo lembo di terra intriso di mito e bellezza.

LEGGI ANCHE Bova. Quanta bellezza stretta in un abbraccio

Dalla quiete del Castello Normanno di Bova, ci immergiamo nelle atmosfere cinematografiche dei ruderi del Castello Ruffo dell’Amendolea. In una calda giornata d’estate, quando visitai questi luoghi per la prima volta, mi sembrava quasi di essere su di un set western con Giuliano Gemma…non siamo però su di un set cinematografico ma ci troviamo in un dei percorsi trekking più amati dagli escursionisti che giungono in Calabria, un luogo dove senti appagato tutto il tuo bisogno di contatto con una natura intatta plasmata sopratutto dai suoi ritmi e meno da quelli dell’uomo.

LEGGI ANCHE Dall’alto una freccia d’argento ti indicherà la strada, tu seguila…è l’Amendolea!

Se non hai ancora deciso da quale castello cominciare la tua favola / viaggio in Calabria ti offro un’ulteriore opportunità: il Castello Aragonese di Reggio Calabria. Se verrai in visita in questa splendida città del sud Italia non ti dimenticare d’inserire questo sito nel tuo itinerario, il perché? Te lo dico subito…hai mai toccato il cielo con un dito? Lo Stretto sarà garanzia di riuscita in questa tua impresa, il lieto fine o lo spumeggiante inizio di questo viaggio in Calabria, che, una volta intrapreso vorresti non abbia più fine.

LEGGI ANCHE Metti caso che decidiamo di passare una giornata a Reggio Calabria

Having a chat with Maria…Intervista con Maria Fazzari Larosa @mariascucina

Oggi vi racconto una nuova storia che ha come protagonista una blogger d’oltreoceano ma di sangue calabrese; quel sangue che in qualsiasi parte del globo ti trovi, ti tiene ben attaccato alla tua terra, nonostante lo scorrere del tempo e delle generazioni.

Maria ha una pagina su Instragram, @mariascucina, che io seguo fin dagli inizi dalla mia avventura su questo social ma è durante questo periodo di stop forzato che ho deciso di approfondire la nostra “conoscenza virtuale” che ovviamente si è trasformata in una storia, quella di Maria, originaria di Mammola, in provincia di Reggio Calabria, che dal Canada ci regala le sue splendide ricette che hanno il sapore di cartoline che seppur scritte da oltreoceano parlano di Calabria, d’ Italia…

Sperando d’incontrare presto Maria, magari davanti ad un buon piatto di pesce stocco di Mammola accompagnato da un greco bianco di Calabria, vi lascio alla nostra “chat” che per non snaturare ho deciso di lasciare in inglese…

Maria Fazzari Larosa
@mariascucina

Who is “Marias Cucina” ?

My name is Maria Fazzari Larosa , Im a Mother of two, a daughter, and a son, my husbands parents were also born in Mammola, Reggio Calabria, and I have a younger sister. I was born and raised in Vancouver, BC Canadabrought up in a Italian household, my Mother was a stay at home Mom, and a very talented cook. I love to eat, and wanted to learn how to make all of my Mothers dishes. I love the old school of eating and cooking, not too much fuss, and always a simple, delicious home cooked meal. Eating a meal with family and friends is one of the greatest ways to connect. The food doesn’t have to be fancy, and the table doesn’t  have to look perfect. Eating homemade food with those you love is one of life’s greatest joys.  Family meals were a coveted time growing up, with the very best home cooked meals prepared by my mother.  Cooking helps create valuable time with family and friends, having fun and more importantly making memories that you will cherisher the rest of your life. Express yourself, and your creativity, and most importantly keep cooking.

How much Calabria influences your dishes?

Most of my cooking is Calabrian influenced, again 90% is Italian dishes that my mother has prepared, and I’ve have repeated.

What is Typical Cuisine from Mammola?

One of the dishes that I have fond memories of is “Melanzane Ripiene” my mother makes them the absolute best. When my father was alive he used to make homemade Salumi, Cured Salsiccia, Capicollo Piccante, and Soppresata, now my husband has continued the tradition and makes all of the Salumi.

How often do you go back to Italy? 

Unfortunately not often enough, I have visited Italy for the first time in 1977, I was 13 years, and went to visit the hometown of Mammola, Reggio Calabria, where my parents were born, and returned in 1985, 2012, 2018, I went to Rome, Florence, Genoa, and Positano. Italy is beautiful.

Where do you find inspiration for new dishes?

Definitely on social media, Instagram, and Facebook, if i see something that looks good, I will give it a try, you can google any recipe today, thats the beauty of technology. I also own many cookbooks.

Who inspired you to open your page on Instagram?

My sisters son, my nephew Luca, who is 19 now, inspired and suggested I create “Marias Cucina” in Sept. 2014 he was visiting with me, and we were scrolling on our Instagram Accounts, I had some food photos posted on my personal Instagram Account, and he suggested I separate my personal account , and start a separate Food Account. He is my special nephew.

A Canadian Dish that you love and would suggest?

Roast Beef and Potatoes in the Oven

There is no better place to learn Italian than Calabria!

There is no better place to learn Italian than Calabria!

Let’s start a new adventure in Calabria, land of beauty and history, the perfect place for relaxing and learning a new language.

An intensive course combinated with excursions in Reggio Calabria and Grecanic Area. The opportunity to study and practice language, discover new places, following in love with Calabria!

Course Language+Culture (2 weeks) EUR 500:

  • max 7 partecipants per class
  • A2/B1/B2/C1 levels*
  • placement test, course materials, cultural and leisure program, participation certificate
  • 20 hours lessons per week

*This Course “Language+Culture” requires at least A2 level

Course fees include: pick up at airport/railwaystations , excursions, food tasting, participation certificate. Concerning accommodaion we offer confortable solutions in private houses or b&b.

Are you interested in ? Let us know your best period for take part to this experience and your accommodation preference: calabriasemplice@gmail.com

Fill in this survey e let us know which traveler you are

Click here

UNO SGUARDO ANTROPOLOGICO SU REGGIO CALABRIA. PATRIMONIO DI VOCI A TUTELA DEL MOSAICO IMPERFETTO – 5^PUNTATA

CAPITOLO 3

IL LUOGO E IL SUO RACCONTO. COSTRUIRE PATRIMONIO ATTRAVERSO LE VOCI

3.1 La terrazza sul mare: la città vive qui

Si continua per la bella via Marina, che senza iperbole, offre quel sublime spettacolo, in ogni ora del giorno e della notte, che pochi siti del mondo possono dare, perché qui tutto attrae, tutto affascina la vista! Su questa strada è da osservarsi la villa Zerbi di capricciosa architettura, la chiesa di Santa Maria di Porto Salvo, che ha sul campanile un fanale a luce fissa verde, e gli avanzi d’ antiche terme, da una parte; e dall’altra, lo sbarcatoio, con due fanali a luce fissa rossa, l’ufficio di Sanità marittima, un bel fabbricato con ringhiera a mare che è la fontana e pescheria assieme, e, presso il gassometro, i ruderi di un forte conosciuti col nome di Fortino1.

Quella fascia di territorio che si estende tra la via Marina e il Lungomare, attraverso i secoli è stato ed è il biglietto da visita di questa città, il primo luogo che incontri quando arrivi, l’ultimo che lasci quando te ne vai; è la terrazza sul mare di Reggio Calabria, «il punto, anche, di dove prende inizio la lettura del paesaggio urbano. Per gli architetti e gli urbanisti sarebbe il salotto della casa, il vano di tutti, dove ci si ritrova dopo cena; in una visione geografica è il punto focale, magico, di tutta l’organizzazione territoriale, il vuoto più pieno di contenuti, lo spazio da cui si irradiano e a cui confluiscono tutti gli spazi umanizzati2» e da cui parte il nostro primo racconto.

Il Lungomare porta il nome di Italo Falcomatà, figura molto importante poiché «la possibilità d’identificazione dipende non solo da un’interpretazione della qualità sensoriale, ma anche da chi controlla il luogo, da chi l’ha costruito3». Italo Falcomatà è stato sindaco di questa città e ha dato un forte impulso affinché uno dei luoghi più rappresentativi di Reggio Calabria ci appaia così come lo vediamo oggi. Purtroppo Italo Facomatà, sindaco di Reggio Calabria dal 1993 al 20014 non può più parlarci direttamente del luogo che porta il suo nome e Giuseppe, suo figlio, l’ha fatto per lui.

La nostra storia inizia all’arena di fronte alla statua della dea Atena e subito a Giuseppe gli viene spontaneo dirmi che «la statua era rivolta verso l’esterno, papà durante i lavori di recupero del Lungomare decise di farla rivolgere non più verso l’esterno ma verso l’interno in quanto Reggio non si doveva difendere dagli attacchi esterni ma da ciò che succedeva all’interno». Italo era professore d’italiano e storia e nel 1993 viene eletto tra i consiglieri comunali del comune di Reggio Calabria. Questa è l’ultima elezione comunale con la vecchia legge elettorale che prevede l’elezione del sindaco da parte della giunta comunale. In questo periodo si usciva da una guerra di mafia e la città è spenta sotto tutti i profili. Per Falcomatà il primo obiettivo era far tornare i cittadini fuori a vivere la loro città tuttavia questo andava fatto con un pesante buco di 300 miliardi di lire nelle casse comunali. Nonostante questo “macigno”, vengono avviate le prime iniziative tra cui il riavvio della stagione teatrale presso il Francesco Cilea e l’organizzazione della prima Estate Reggina a partire dal 1994. Falcomatà ha un approccio nuovo con la città e il suo motto era «bisogna far rinnamorare i Reggini di Reggio» e come punto di partenza metteva la cura degli spazi pubblici con la forte convinzione che «l’esempio è la fonte dell’azione successiva». Giuseppe con grande orgoglio sottolinea che l’azione di papà è fortemente caratterizzata dalla sua grande perseveranza nel portare le sue battaglie a Roma e sicuramente una delle principali fu quella a sostegno della costruzione del Lungomare.

GIUSEPPE F.: Papà era sempre presente nei cantieri come un padre con la sua famiglia, controllava come dovevano essere posizionati i san pietrini…la città era la sua famiglia. La famiglia capisce quello che stai facendo.

Falcomatà, il Lungomare, la Via Marina, non c’è reggino con cui parli che che non sia desideroso di raccontarsi attraverso i ricordi che tutto questo riesce a evocare nelle loro menti, rafforzando lo stretto legame tra luogo, storia e memoria.

ALESSANDRA: Il Sindaco Falcomatà…il grande Falcomatà, beh, ecco, la città deve molto, per non dire tutto a lui, a questo grande uomo, umile, semplice, grande! Purtroppo l’ho vissuto poco ma ha lasciato un grande segno, lui è tra noi, basta andare sul Lungomare, il suo Lungomare, la sua via Marina, ultimo suo segno lasciato alla città prima di lasciarci. Passeggiando sul Coso Garibaldi, lo incontravo sempre, in quanto persona semplice era un cittadino come tutti che si godeva la sua città…

In questi luoghi non vive solamente il ricordo di Italo Falcomatà, la città vive qua e ognuno a modo suo narra questi luoghi in base al proprio vissuto personale.

ALESSANDRA: Il luogo della città che più mi rappresenta è assolutamente il Lungomare, li troviamo un concentrato di uomini, ma un po’ tutte le generazioni, luogo di ritrovo estivo, dove tra l’altro in questo periodo dell’anno viene arricchito dai lidi sulla spiaggia e dai chioschetti aperti qua e là…

GIUSEPPE F. : La via Marina, qui si riversa la città. È un luogo dove c’è il bello concreto, qui c’è la potenzialità della città. C’è il ragazzo che pesca, c’è l’ubriaco notturno, c’è l’anziano che viene a correre, c’era il festival del cinema presso l’arena, c’è la città con tutte le sue contraddizioni.

PINO: Chi meravigghjiia! Avi i quand’eru picciriddhu chi mi meravigghjiia sempri sta billizza. Ijeu nascia ‘cca vicinu e i primi passi i fici nti sta’ ribba. Ijucava ca’ sabbia e chi tanti petri russi ch’erunu resti di mattuni chi ll’unda purtando avanti e arretu, levigava. Me’ nonnu mi cuntava tanti stori…5

Sicuramente i luoghi fin qui raccontati non hanno solo una forte valenza personale e paesaggistica, ma servono a «tenere insieme la città sia sotto il profilo sociale sia sotto quello architettonico6»; il valore che viene loro attribuito testimonia il continuo legame tra passato e presente laddove seppure la società di oggi si trasforma molto rapidamente, «sentiamo il bisogno di produrre patrimonio7» in quanto «evoca il passato, esso concerne prioritariamente il presente e, in una certa misura, determina anche il nostro futuro8».

Nel momento in cui uno spazio geografico acquisisce per l’individuo e per la società un significato, possiamo allora affermare che il processo di patrimonializzazione sia già in atto per questi luoghi: «l’organizzazione della memoria attraverso gli oggetti e il paesaggio, la sintassi per così dire, diventa una vera e propria narrazione che parla della società che ha raccolto questi oggetti e ha preservato questo paesaggio, delle sue preoccupazioni, della sua idea di memoria e di tempo9».

Lo spazio, i luoghi fin qui raccontati non racchiudono solo significati ma anche memorie, il cosiddetto paesaggio della memoria il quale impone una distinzione importante tra memorie individuali e memorie collettive. «Le memorie individuali, leggere ed effimere, si sovrappongono alle memorie collettive, più solide e durature, che si legano intimamente alla storia della società, ai suoi topoi significativi, che sono come stazioni territoriali della sua vicenda, della sua affermazione sul territorio in cui essa si identifica10».

3.2 Sbarre: racconto tra passato e presente di uno spazio urbano

Nell’esplorare una città, ciò che individuiamo non sono solo i luoghi simbolo come il Lungomare e la via Marina, lo spazio urbano si compone anche dei suoi quartieri. Il quartiere costituisce l’angolazione, la prospettiva da cui l’individuo guarda verso il resto della città11 o i confini entro cui una persona delimita la città stessa. E quando inizi a indagare un quartiere piuttosto che un altro nessuno meglio di chi l’ha vissuto dal di dentro può presentartelo, soprattutto se si vogliono cogliere tutti quegli aneddoti che anche un ricercatore stanziale non è in grado di individuare poiché tutto quello che gli si presenta davanti agli occhi è frutto di azioni passate a cui non ha preso parte. «E poi non basta neppure osservare la gente, immergersi nel loro quotidiano, occorre anche conoscere le loro storie, conoscere le loro memorie, indagare sulla toponomastica, così rivelatrice spesso degli originari rapporti che si sono instaurati tra uomini e territorio12».

Per la prospettiva quartiere-città ho scelto il quartiere Sbarre.

Sbarre affaccia sullo Stretto, il suo territorio è delimitato dalle fiumare Calopinace e Sant’Agata ed è sovrastato dal rione Modena. La prima questione che voglio pormi è se sia più indicato definire Sbarre quartiere o rione e per Giuseppe, mio interlocutore, presidente dell’Associazione Culturale Sbarre e qui residente da sempre non ha dubbi a riguardo.

GIUSEPPE C. : Sbarre è un rione di Reggio Calabria. Preferisco usare il termine rione per identificare questa zona della città, dal momento che si tratta di un’area urbana il cui sviluppo urbanistico è avvenuto tenendo come schema di riferimento l’impianto viario antico, che ancora oggi si può osservare.

Il rione Sbarre è abitato da circa 40.00013 abitanti e nasce come borgata agricola la cui unica via d’accesso era un ponte situato all’altezza della via Sbarre Centrali e la cui densità abitativa era minima. Oggi il rione ha subito un forte processo di urbanizzazione e viene considerato l’espansione verso sud del centro storico, un quartiere cambiato non solo perché più costruito ma anche molte persone che vi risiedono non sono le stesse di allora, perlomeno non tutte come si legge dalle parole di Antonio, giornalista reggino.

ANTONIO: Sbarre non è più un rione, anzi “quel rione”; bensì un luogo vissuto di natura incerta. Quanti vi abitano si conoscono appena, o non si conoscono affatto. Probabilmente non si salutano neppure. Tutto era diverso nella vecchia Sbarre, dove la vita comunitaria aveva le sue regole, anzi il suo codice. I matrimoni, i lutti, il Natale e la Pasqua erano fatti di tutti non di una sola persona o di una sola famiglia.

Il cambiamento urbanistico è anch’esso fortemente percepito.

GIUSEPPE C. : Io sono testimone del radicale cambiamento del territorio di Sbarre, da borgata agricola a centro residenziale. In questi ultimi cinquant’anni molti pezzi del rione sono scomparsi ed hanno fatto posto alle nuove costruzioni.

Le nuove costruzioni, lo sfaldamento del passato agricolo hanno portato con sé gente nuova a Sbarre che ha delineato il nascere di un nuovo tessuto sociale nel rione.

GIUSEPPE C. : Bisogna considerare che il cambiamento di Sbarre si è accompagnato ad un profondo cambiamento nel tessuto sociale. La costruzione degli edifici di edilizia residenziale pubblica ha determinato l’afflusso a Sbarre di nuclei familiari provenienti da altre realtà cittadine, che nella maggioranza dei casi sono stati poco propensi ad integrarsi con la realtà del territorio, a cominciare dalle parrocchie, che sono state in questi anni il porto sicuro dove rifugiarsi. Mi creda, vi sono alcuni palazzi, costruiti con finanziamenti pubblici in forma di cooperative, belli, ordinati, puliti, con il cancello del cortile sempre chiuso. Quelli che abitano in queste cooperative escono la mattina per andare a lavorare, e rientrano la sera e si chiudono a casa. Non frequentano la parrocchia. Magari non fanno neanche la spesa a Sbarre. È come se vivessero altrove. Conosco i nuovi arrivati perché vivo in mezzo alla gente. Compreso gli stranieri: filippini, georgiani, marocchini.

In questa fotografia di Sbarre le informazioni che ci fornisce Giuseppe su Sbarre sono molteplici come i sentimenti che attraversano questo racconto tra memoria, nostalgia e presente. Le relazioni di vicinato che si perdono, vecchi centri di aggregazione come le parrocchie svestite del loro ruolo di collante della comunità. Infine i reggini di nuova generazione che vengono da lontano.

Emergono due Sbarre, una dal passato agricolo, una più attuale fatta dalle palazzine signorili del viale Calabria e del viale Europa dove l’anonimato tende a prendere il sopravvento.

Altro elemento che emerge del rione Sbarre è il suo venir considerato lontano dal centro della città più di quanto lo sia veramente.

GIUSEPPE C. : la fiumara Calopinace separa Sbarre da Reggio Calabria. Qui da noi, a Sbarre, quando dobbiamo andare in centro, diciamo ancora “vado a Reggio”. A Reggio, invece ci sono ancora molte persone che non conoscono affatto Sbarre, che dicono che è un rione caotico, che non conoscono le strade e quindi si perdono e via così.

Giuseppe stesso afferma che la fiumara Calopinace separa Sbarre da Reggio e così parlando mette una linea di demarcazione tra il rione e il resto della città. La separazione fisica della fiumara è percepita come una separazione mentale con il centro anche se volendo guardarla per quello che è si tratta di un’arteria stradale come c’è ne sono tante ma è interessante notare come vengano percepite come barriere invalicabili come se ci fosse ancora solo la fiumara e nessun ponte per passare dall’altra parte. I ponti, le strade con l’avvento della modernità vengono costruiti ovunque per collegare al meglio le nostre città ma la memoria e il fatto di venir percepiti come periferia laddove non si appartiene alla circoscrizione centro storico è sempre molto forte.

GIUSEPPE C. : i servizi pubblici che vengono erogati a Sbarre non hanno la stessa intensità di quanto avviene in centro. La periferia è una creazione della volontà politica.

Le distanze che si vengono a creare nello spazio urbano sono anche causate dalle scelte politiche non bastare mettere in comunicazione le varie parti della città con delle efficienti reti infrastrutturali, bisogna anche far sentire ogni individuo abitante della stessa città ovunque egli risieda, questo è quello che mi sembra di leggere tra le righe nelle parole di Giuseppe.

E tutte queste informazioni che fin qui ho ricevuto mi permettono di sottolineare «la feconda duplicità della metodologia dell’intervista cioè il suo avvenire qui e ora anche quando ha come oggetto l’allora e l’ altrove14» dove «il tragitto attraverso un paesaggio echeggia o stimola il tragitto attraverso un corso di pensieri15» il tutto a beneficio del sapere altrui fondamentale nel nostro viaggio attraverso la città.

3.3 Bienvenue a Reggio: la storia che non ti aspetti

Se fin qui abbiamo conosciuto dei luoghi attraverso le voci di chi la città di Reggio l’ha vissuta per molto tempo ed in alcuni casi ancora continua a viverci, la prossima voce è invece quella di Anne, signora francese di Parigi che ha scelto Reggio come sua seconda casa. Parlare di gentrification nella città di Reggio Calabria è tutt’ora azzardato in quanto non sono venuta a conoscenza di altri casi come quello di Anne tuttavia ritengo interessante questo incontro con chi vive da poco in questa città ma che ne ha già colto molti dei suoi pregi e difetti. Anne di professione fa la fiorista decoratrice floreale e racconta di essersi innamorata di questa città.

ANNE: Mi sono innamorata di Reggio Calabria. È una terra bellissima, selvaggia. C’è un’energia incredibile. Io sono più felice qui che a Parigi.

Non è solo la bellezza del posto però che ha condotto Anne in città, infatti qui ha iniziato un progetto di lavoro di co-working che abbraccia architettura, scenografia e design. Il contesto reggino, di cui alcune problematiche sono state nel secondo capitolo, è ben chiaro ad Anne che ad ogni modo resta ferma sulla sua decisione di investire professionalmente e umanamente in questa città.

ANNE: Alcuni mi hanno giudicata folle. A qualcuno ho dovuto spiegare la mia scelta. So benissimo dove mi trovo, leggo i giornali e conosco le problematiche legate a questa regione e a Reggio Calabria. Io non voglio portare avanti battaglie. Non per forza servono dichiarazioni d’intenti, a volte basta semplicemente esserci. Sognare è bello, ma poter fare lo è ancora di più. Purtroppo ci sono tanti problemi, lo so. Vedo in tanti che vanno via perché sono stanchi dei problemi o perché decidono giustamente di seguire le proprie ambizioni. Ma restare significa rimboccarsi le maniche e fare qualcosa per questa meravigliosa terra.

Da queste parole possiamo dedurre su come Anne non si sia fatta influenzare nelle sue scelte dall’immagine predominante di questa città, quella della città-ombra e del pregnante spirito individualista. Il fatto di venire da fuori non la rende immune da queste problematiche anzi ha iniziato a conviverci.

ANNE: C’ è un forte senso dell’apparenza. Si tende a ostentare, a dimostrare sempre qualcosa. E poi c’è la spazzatura. A prescindere dalle problematiche che conosco poco, c’è poca cura degli spazi comuni. Delle strade e delle spiagge. Le case sono tutte pulite e splendono. Fuori però è diverso. Sembra che qua si siano abituati al brutto e al degrado […] Non trattate la città come casa vostra, non la curate, c’è la tendenza ad abbandonarla, ad aspettare che siano sempre gli altri a fare qualcosa.

Secondo me, Anne come lascia intendere dalle sue parole cerca di sottolineare che essere reggini non vuol dire tenere pulito solo il proprio giardino, bisogna prendersi cura dell’intera città il tutto però non vuole suonare come una critica ma come una spinta a fare meglio.

ANNE: Avete tutto, la natura, la storia la gastronomia. Eppure non riuscite a valorizzarli o, peggio ancora calpestate i vostri tesori. Ho lavorato tanto nella vita e lo faccio ancora. Tra tutte le città possibili ho scelto Reggio perché mi è entrata nel cuore, qui è la mia scelta di vita. Amo questa città. Dovreste amarla di più anche voi.

Qui le impressioni di Anne sulla città si fanno ancora più intense «Amo questa città. Dovreste amarla di più anche voi» e sono queste espressioni che ci fanno capire che non sono gli anni di residenza che fanno lo status di cittadino ma il senso di appartenenza a un luogo che può diventare molto forte anche se si viene da lontano. Per Anne la città è personificata e come tale non può essere considerata soltanto un mero luogo fisico.

A sperare tutto il bene per questa città non c’è solo Anne ma ci sono anche i reggini “di dentro”.

ALESSANDRA: Certo con il tempo Reggio un po’ è cambiata, politici che si son mangiati la città, cittadini che non hanno fatto molto per non peggiorare la situazione… Spero in un futuro prossimo migliore, spero che i nuovi esponenti della politica riescano a riprendere la città in pugno e ne facciano un futuro migliore per tutti, perché non si vive solo di mare o di sole, o di feste cittadine…

L’immagine conclusiva che voglio far emergere e lasciare di Reggio Calabria è proprio questa, la città impegnata a trovare la sua strada, consapevole delle barriere da abbattere e dei mezzi con cui poterlo fare. Ci sono tante voci, esperienze e percorsi individuali di vario genere che se messi insieme nel modo giusto sapranno valorizzare e rendere migliore questo territorio. La città è un grande mosaico fatto di tanti pezzi tutti diversi che una volta assemblati insieme creano un’immagine. La bellezza del mosaico deriva proprio dalla differenza da un pezzo con l’altro, nessuno è uguale però non possono fare a meno di stare insieme perché senza ognuno di essi non esisterebbe nemmeno il mosaico stesso. La città senza le voci non esisterebbe, dietro ogni pezzo, ogni paesaggio c’è una storia, una memoria, un aneddoto di cui chi è interessato veramente a conoscere la città non ne può fare proprio a meno.

1 Fortunato Lupis Crisafi Introduzione in Meduri, A., 2008, Cosa giusta non è! Reggio com’era nel 1908, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, p. 16.

2 Turri, E., 1974, Antropologia del paesaggio, Milano, Edizioni di Comunità

3 Lynch, K.,1981, Il senso del territorio, Milano, Il Saggiatore, p.44.

4 Italo Falcomatà si spegne a Reggio Calabria l’11 dicembre 2001 a 58 anni a causa della leucemia.

5 «Che meraviglia! È da quando ero piccolino che mi meraviglio sempre di questa bellezza. Io sono nato qua vicino e i primi passi gli ho fatti su questa riva. Giocavo con la sabbia e con le tante pietre rosse che erano i resti di mattoni che le onde levigavano portandoli avanti e indietro. Mio nonno mi raccontava tante storie… ».

6 Solnit, R., 2005, Storia del camminare, Milano, Bruno Mondadori, p. 203.

7 Ferrata, C., in Paesaggio senza memoria? Perché e come tutelare il patrimonio, Museo Etnografico Valle di Muggio, Quaderno n° 6, p. 22.

8 op. cit., p. 22.

9 op. cit., p. 22.

10 Turri, E., 1998, Il paesaggio come teatro. Dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Venezia, Marsilio.

11 Questa tipo di analisi sul quartiere come punto prospettico verso la città si trova in Scaroelli, F., Cingolani, C.,(a cura di), 2013, Passare ponte. Trastevere e il senso del luogo, Roma, Carocci, p.113.

12 Turri, op. cit., p. 177.

13 Fonte http://www.reggiocal.it

14 Scarpelli F., Cingolani C., op. cit. p. 51.

15 Solnit, R., 2005, Storia del camminare, Milano, Bruno Mondadori, p. 6.

APPENDICE FOTOGRAFICA

BIBLIOGRAFIA

Amato, p., 2005, Storia del bergamotto di Reggio Calabria. L’affascinante viaggio del principe degli agrumi, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni.

Andronico, e., (a cura di), 2006, Hypogaea. Tipologie edilizie, riti e corredi delle necropoli reggine di età ellenistica, Reggio Calabria, Laruffa Editore.

Aragona, s., 2013, Costruire un senso del territorio. Spunti, riflessioni, indicazioni di pianificazione e progettazione, Roma, Gangemi Editore.

Aragona, s., Molica, m., Romeo, g., Palamara, d., 2007, Reggio Calabria periferia o meno?, Senigallia, INU Convegno Nazionale.

Aragona, s., Molica, m., Romeo, g.,2008, Reggio Calabria: progettare la città, Bari, XXIX Conferenza Italiana di Scienze Regionali.

Augé, m., 2007, Tra i confini. Città, luoghi, integrazioni, Milano, Bruno Mondadori.

Barbera Cardillo, g., 1999, La Calabria industriale preunitaria 1815-1860, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane.

Barresi, A., Pultrone, g., 2007, Il contributo dell’analisi morfologica nella riqualificazione delle periferie. Il caso di Reggio Calabria, INU Convegno Nazionale.

Bignante, E., 2012, Scatti su San Salvario: la fotografia partecipativa nell’indagine delle rappresentazioni urbane in un quartiere in trasformazione, Milano, XXXI Congresso Geografico Italiano.

Bressan, E., Tosi Cambini S. (a cura di), 2011, Zone di transizione. Etnografia urbana nei quartieri e nello spazio pubblico, Bologna, Il Mulino.

Bunce, G., Evans, J., Gibbs, H., Hein, J., Jones, P., 2008, Exploring space and place with walking interviews, Journal of Resarch Practice, AU Press Canada.

Calvino, I., 2010, Le città invisibili, Milano, Oscar Mondadori.

Camera di commercio di Reggio Calabria, 2014, La percezione della legalità da parte dei giovani della Provincia di Reggio Calabria, Reggio Calabria.

Camera di commercio di Reggio Calabria, 2013, L’andamento del turismo nella Provincia di Reggio Calabria, Reggio Calabria.

Castrizio, D., Fascì, M.R., Lagana’, R., 2005, Reggio città d’arte, Reggio Calabria, Città di Reggio Calabria.

Ciconte, E., 2008, ‘Ndrangheta, Soveria Mannelli, Rubbettino Edizioni.

Cingari, G., 1988, Reggio Calabria, Roma-Bari, Laterza.

Clemente, P., 1990, La partecipazione osservante, Appunti Dispensa, Università degli Studi di Firenze.

Comune di Reggio Calabria, 2009, Documento Preliminare al Piano Strutturale Comunale, Reggio Calabria.

Consorzio del bergamotto, 2002, Il bergamotto di Reggio Calabria, Reggio Calabria, Laruffa Editore.

Currò, G., Restifo, G., 1991, Reggio Calabria, Roma-Bari, Laterza.

Deliège, R., 2006, Une histoire de l’anthropologie. Écoles, auteurs, théories, Paris, Éditions du Seuil (trad. it. 2008, Storia dell’antropologia, Bologna, Il Mulino).

Fava, F., 2007, Lo Zen di Palermo, Antropologia dell’esclusione, Milano, F. Angeli.

Fera, G., Ginatempo, N., 1985, L’autocostruzione spontanea nel Mezzogiorno, Milano, F. Angeli.

Finnegan, R., 1998, Tales of the city. A story of narrative and urban life, Cambridge, Cambridge University Press.

Gambi, L., 1965,Calabria, Torino, UTET.

Goffman, E., 1959, The presentation of Self in Everiday Life, New York, Doubleday (trad. it. La vita quotidiana come rappresentazione, Bologna, Il Mulino).

Gratteri, N., Nicaso, A., 2006, Fratelli di sangue, Cosenza, Luigi Pellegrini Editore.

Gratteri, N., Nicaso, A., 2012, Dire e non dire, Milano, Mondadori.

Hannerz, U., 1980, Exploring the city. Inquiries toward an Urban Anthropology, New York, Columbia University Press (trad. it. 1992, Esplorare la città. Antropologia della vita urbana, Bologna, Il Mulino).

La Face, G., 2010, Reggio Calabria 1908-2008. Un secolo sulla città, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni.

Lear, E., 1852, Journals of a landscape painter in southern Calabria, London, Richard Bentley-New Burlington Street ( trad. it., 2003, Diario di un viaggio a piedi-Reggio Calabria e la sua provincia, Reggio Calabria, Laruffa Editore).

Lynch, K., 1960, The image of the city, New York,, Doubleday (trad.it. 1964, L’immagine della città, Venezia, Marsilio).

Lynch, K., 1976, Managing the sense of region, Boston, MIT Press (trad. it. 1981, Il senso del territorio, Milano, Il Saggiatore).

Meduri, A., 2006, Santa Caterina e San Brunello. Rioni di Reggio Calabria. Storia civile e religiosa, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni.

Meduri, A., 2008, Cosa giusta non è! Reggio com’era nel 1908, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni.

Moraci, F., (a cura di), 2003, Welfare e Governance Urbana. Nuovi indirizzi per il soddisfacimento della domanda dei servizi, Roma, Officina Edizioni.

Municipio di Reggio Calabria, 1928, Ampliamento territoriale del comune, Reggio Calabria, Soc. Edit. Reggina.

Musolino, M., 2010, Metamorfosi urbane. Indagini morfologiche sulle nuove forme di città, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni.

Park, R.E., 1915, The City: suggestions for the investigation of human behavior in the city environment, The American Journal of Sociology, Volume XX, Number 5, Chicago, University of Chicago.

Passarelli, D., Critelli, F., Errigo, M.F., Mauro, G.C., Salerno, G., Tucci, N., 2007, Indirizzi e strategie per la rigenerazione urbana e territoriale: la riqualificazione dei contesti edificati spontanei. Una esemplificazione sugli effetti prodotti dagli strumenti di programmazione, Senigallia, INU Convegno Nazionale.

Pavanello, M., 2010, Fare antropologia. Metodi per la ricerca etnografica, Bologna, Zanichelli.

Pera, C., 2005, L’uomo del disordine. Ricordo di Italo Falcomatà, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni.

Sarlo, A., 2007, Periferie e marginalità sociali di una città-territorio. Reggio Calabria politiche urbane e nuove progettualità, Senigallia, INU Convegno Nazionale.

Scarpelli, F., 2007, La memoria del territorio: patrimonio culturale e nostalgia a Pienza, Pisa, Pacini.

Scarpelli, F., (a cura di), 2009, Il rione incompiuto, Roma, CISU.

Scarpelli, F., Romano, A., (a cura di), 2011, Voci della città. L’interpretazione dei territori urbani, Roma, Carocci.

Scarpelli, F., Cingolani, C., (a cura di), 2013, Passare ponte. Trastevere e il senso del luogo, Roma, Carocci.

Sclavi, M., Romano, I., Guercio, S., Pillon, A., Robiglio, M., Toussaint, I., 2005, Avventure urbane. Progettare la città con gli abitanti, Milano, Elèuthera.

Signorelli, A., 1996, Antropologia urbana. Introduzione alla ricerca in Italia, Napoli, Edizioni Angelo Guerini e Associati SpA.

Sobrero, A., 1992, Antropologia della città, Roma, Nuova Italia Scientifica.

Spanti, S., 2013, Bergamotto. Una miniera d’oro verde, Roma, Asterisk, Ed. Media.

Teti, M.A., La Spada, E., Bellantoni, V., Pultrone, G., Taccone, A., 2007, Il Gis delle periferie di Reggio Calabria, Senigallia, INU Convegno Nazionale.

Trombetta, A., 1998, Reggio Calabria la memoria ricorrente. Cronache di eventi sismici, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni.

Turri, E., 1974, Antropologia del paesaggio, Milano, Edizioni di Comunità.

Turri, E., 1998, Il paesaggio come teatro. Dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Venezia, Marsilio.

Wirth, L., 1938, Urbanism as a way of life, The American Journal of Sociology, Volume XLIV, Number 1, Chicago, University of Chicago.

WEBGRAFIA

http://www.reggiocal.it

http://www.regione.calabria.it

http://www.istat.it

http://www.rc.camcom.it

http://www.fareantropologia.it

http://www.avventuraurbana.it

http://www.mappe-urbane.org

http://www.reggionontace.it

http://www.quellochenonho.net

UNO SGUARDO ANTROPOLOGICO SU REGGIO CALABRIA. PATRIMONIO DI VOCI A TUTELA DEL MOSAICO IMPERFETTO – 4^PUNTATA

2.4 La città ombra e la cittadinanza attiva

Entrare nella città, come si vuole fare in questo capitolo, vuol dire anche affrontare un argomento duro, cioè la presenza della ‘ndrangheta nel tessuto sociale calabrese. Il fenomeno non è negabile, anzi, seppur agisce all’ombra di occhi “indiscreti”, è un qualcosa di tangibile che affligge come un cancro maligno la città. Ho deciso di utilizzare l’espressione città-ombra per indicare la presenza della ‘ndrangheta a Reggio Calabria perché si tratta di un qualcosa attaccato a questo luogo, sempre li presente, come l’ombra che segue ciascuno di noi. Tuttavia pur trattandosi di un muoversi nell’ombra, anche chi si muove in una direzione differente, ne viene contagiato, infettato poiché è come una malattia a diffusione espansiva che stenta a trovare la giusta cura che porti ad annientarla definitivamente. E tra le tante immagini attribuite a questa città, purtroppo questa è una di quelle più messe in evidenza a volte addirittura l’unico elemento che ne permette la sua individuazione e che in questo paragrafo cercheremo di conoscere meglio1.

La città-ombra è come un teatro delle marionette i cui fili sono in mano alla ‘ndrangheta. La parola ‘ndrangheta deriva dal greco andragathos e significa uomo di valore. Al momento è l’organizzazione criminale più potente a livello mondiale, la quale ha esteso i suoi rami come una grande multinazionale con base in Italia e sedi distaccate all’estero. L’ ‘ndrangheta ha origini antichissime sostenute anche da miti e leggende molto accattivanti. La più conosciuta è la storia di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, tre cavalieri spagnoli appartenenti ad una società segreta di Toledo arrivati in Italia nel 1412. I tre cavalieri sono in fuga dalla loro terra perché colpevoli di un delitto d’onore compiuto in difesa di una loro sorella. La leggenda narra che i tre soggiornano a Favignana per 29 anni durante i quali scrivono i regolamenti delle più grandi organizzazioni mafiose conosciute ai giorni nostri. Finito il lavoro Osso si reca in Sicilia dove fonda la mafia, Mastrosso in Campania per dare vita alla camorra e Carcagnosso arriva in Calabria e da vita alla ‘ndrangheta. La si può chiamare favola, mito o leggenda tuttavia è impregnata di elementi simbolici molto cari alle organizzazioni mafiose: l’onore, la famiglia, le regole, l’allusione a Favignana famosa sede carceraria a voler ricordare l’importanza del carcere nella formazione mafiosa.

Le prime tracce scritte su documenti ufficiali le troviamo a partire dall’Unità d’Italia, nel 1861 il Prefetto di Reggio Calabria segnala un gruppo di uomini che definisce camorristi. Due anni dopo a Gallico, centro vicino a Reggio, una denuncia anonima segnala la presenza di un gruppo di persone che incute paura ai cittadini. La ‘ndrangheta fin dai suoi inizi mette le sue radici infette “in silenzio” invisibile agli occhi dell’autorità competente.

Quando un’azienda va bene e fa profitto ci si chiede quale sia il segreto del suo successo, quello della ‘ndrangheta è senza dubbio la famiglia. La struttura su base familiare rende la ndrangheta un’organizzazione di successo dove la famiglia naturale coincide con la famiglia mafiosa. Questa caratteristica è fondamentale in quanto riduce al minimo possibili denunce, non a caso la ndrangheta è l’organizzazione criminale con il minor numero di pentiti.

Le famiglie di ‘ndrangheta cercano di allargare la propria influenza con i cosiddetti matrimoni strategici il cui è obiettivo è quello di ampliare il territorio sotto controllo ‘ndranghetista. Il ruolo della donna è molto importante all’interno della struttura ‘ndranghetista poiché con i loro matrimoni rafforzano le cosche d’origine o mettono pace alle faide tra famiglie contendenti, trasmettono la cultura mafiosa ai figli, gestiscono gli affari nei periodi di assenza dei mariti perché in carcere o latitanti. A rafforzare l’organizzazione della ndrangheta, oltre alla struttura familiare vi sono dei riti che scandiscono la vita di queste persone, primo fra tutti il rito dell’affiliazione. Chi vuole diventare un uomo d’onore deve sottoporsi al battesimo che può variare da una famiglia all’altra, per esempio in alcune cerimonie è prevista l’incisione del dito del giovane e del versamento del sangue.

Ma come ha fatto un’organizzazione criminale così arcaica impregnata di riti, miti e leggende a diffondersi ovunque? Gli ‘ndranghetisti inizialmente arrivano al nord non per scelta ma perché inviati al confino tramite legge statale. Il provvedimento fin dall’inizio si presenta inadeguato in quanto lo sviluppo di infrastrutture e telecomunicazioni colmano velocemente il divario della distanza e perché la legge non impediva ai familiari di recarsi dal membro della famiglia costretto al soggiorno obbligato. Ormai l’escalation della ‘ndrangheta sembra inarrestabile, un’organizzazione dinamica che dai sequestri di persona, passa all’imprenditoria soprattutto nell’ambito degli appalti pubblici e al redditizio mercato della droga.

Se lo Stato commette degli errori, la classe imprenditoriale non è da meno; all’inizio dei lavori sull’Autostrada del Sole2, sono gli stessi grandi imprenditori del nord a cedere alle richieste estorsive della ndrangheta che in questo periodo non era ancora potente ma che lo diventa grazie ai lavori dell’autostrada. Oggi la ‘ndrangheta è una vera e propria multinazionale che trae profitto soprattutto dal mercato della droga e dal traffico delle armi ma che non rinuncia alle estorsioni che rimangono comunque lo strumento più importante per il controllo del territorio. Un’organizzazione che strizza l’occhio alle attività moderne ma che mantiene strutture antiche, dove chi desidera aprire una locale di ‘ndrangheta lo può fare solo con il consenso della locale di S. Luca, città dove ha sede il Santuario della Madonna di Polsi ritenuta dagli ‘ndranghetisti la loro protettrice. Ogni inizio di settembre a S. Luca c’è la più grande festa religiosa della Provincia di Reggio Calabria.

La città-ombra, le sue origini e il suo metodo d’azione andavano descritte in quanto facenti parte delle rappresentazioni che creano un punto di vista sulla città3. Conoscere a grandi linee la ‘ndrangheta ci serve per comprendere meglio l’influenza e il ruolo che questa organizzazione ha nella vita di questa città dove il deficit di legalità è fortemente avvertito dalla popolazione come dimostrano i dati di un’ inchiesta svolta dalla Camera di Commercio4 che ha coinvolto un campione di 1000 giovani tra i 13 e i 27 anni della Provincia Reggio Calabria a cui è stato chiesto la percezione della presenza della ‘ndrangheta in città esprimendo la risposta con una scala di valori tra 1(inesistente) e 10 (molto rilevante). La percezione rilevata in provincia di Reggio Calabria si è attestata intorno al valore 7. Come motivi principali della diffusione dell’ ndrangheta sono imputati il fattore culturale e l’economia poco sviluppata.


MaschioFemminaTotale
Poca rigidità delle leggi28,928,528,7
Fattore culturale48,641,845,1
Economia poco sviluppata44,741,843,2
Presenza di extracomunitari non regolari5,48,16,8
Altro13,31112,1
Non sa11,21,1

Tabella 2 – Quali sono i principali motivi che ne favoriscono la diffusione?(Fonte: Camera di Commercio di Reggio Calabria)

Entriamo ora nel vivo con il racconto della situazione attuale in città. Il 9 ottobre 2012, l’allora Ministro della Giustizia Cancellieri, decide di sciogliere il comune di Reggio Calabria a causa di una forte interferenza del malaffare nella vita amministrativa della città5. Il 26 ottobre 2014 i cittadini di Reggio sono tornati a votare e hanno eletto Giuseppe Falcomatà nuovo sindaco della città. Si rileva una situazione particolarmente difficile da gestire in quanto a questo contesto si aggiunge il dissesto economico proclamato dalla Corte dei Conti6. Ho pensato molto a come approcciarmi a queste problematiche e la mia decisione finale è stata quella di partecipare ad una riunione del movimento cittadino ReggioNonTace in modo tale da avere una prospettiva in più che non sia solo quella dei giornali. Il Movimento nasce come reazione all’attentato del 3 gennaio 2010 durante il quale esplode una bomba davanti alla Procura Generale di Reggio ma anche per contrastare il sistema che opera all’interno della città. ReggioNonTace si definisce un movimento di persone le cui parole chiave sono partecipazione, legalità, impegno. Come Movimento uno dei risultati più grandi che sono riusciti a ottenere è la convocazione da parte del Comune di un’assemblea pubblica l’11 gennaio 2013 con il seguente ordine del giorno: legalità, trasparenza e partecipazione dei cittadini nella gestione della cosa pubblica. Nonostante lo Statuto del Comune preveda tale possibilità, è la prima volta in vent’anni che si riesce a indire un’assemblea pubblica. Pur non avendo partecipato direttamente a questo incontro, dalla relazione dell’evento è possibile estrapolare varie voci tra gli interventi dei partecipanti da cui dedurre cosa significa vivere contigui a organizzazioni di criminalità organizzata.

Francesco per esempio rileva come il commissariamento possa rappresentare per Reggio un’opportunità per scrostarsi dalle contiguità mafiose; Ion evidenzia la necessità di avere una tutela contro le minacce mafiose per lo svolgimento delle attività; Anna Maria chiede ai commissari di avere alla fine del loro mandato una città normale; Giuseppe chiede di dotarsi di strumenti per tutelare e supportare i commercianti che si ribellano al pizzo; Emanuela chiede la destinazione dei beni confiscati alla ‘ndrangheta a parchi e attività ludiche7.

Questa situazione d’incontro, l’assemblea pubblica, costituisce un mezzo per la costruzione di conoscenze sulla città. I cittadini mettono in atto una rappresentazione8 che ha lo scopo d’influenzare i commissari straordinari, i quali sono coloro che hanno il potere d’intervento sulla città. Da queste parole qui sopra riportate emerge quanto il problema ‘ndrangheta sia sentito dalla gente che non ci sta ad accettare l’immagine di città omertosa.

Durante la mia permanenza a Reggio nel febbraio 2013, anche io ho preso parte ad un incontro del movimento ReggioNonTace. Il contesto è una saletta messa a disposizione da Padre Giovanni Ladiana e alla serata a cui partecipo sono presenti 11 persone. Gli argomenti messi in scaletta per la riunione sono molteplici e s’inizia con il parlare su come il movimento può relazionarsi con il resto della cittadinanza e sulla necessità di debellare il fenomeno del clientelismo. Durante lo scambio di opinioni tra i membri del gruppo, arriva l’avvocato del movimento per portare le ultime notizie concernenti la valutazione sulla possibilità di fare un esposto alla Corte dei Conti per il riconoscimento del dissesto economico del comune e procedere ad un’eventuale richiesta di risarcimento danni: «Proclamare il dissesto provoca delle responsabilità. Ora decidiamo insieme se presentare questo esposto, però aspettiamo il piano pluriennale dei commissari per decidere. L’importante è creare dei segni che il cambiamento è possibile». Ma i cittadini credono veramente che il cambiamento sia possibile? Tornando alla ricerca della Camera di Commercio di Reggio sulla percezione della legalità tra i giovani, la maggior parte del campione sembra ottimista sul fatto che l’ ndrangheta possa essere sconfitta se le istituzioni e la società civile si ribellano ed eliminando il legame tra la politica e criminalità organizzata.

L’assemblea pubblica, gli incontri di un’associazione, le persone che vengono interpellate per una ricerca; ci troviamo davanti a tante voci che tutte insieme servono a costruire un quadro conoscitivo della realtà anche se siamo consapevoli che il numero dei partecipanti a tutti questi tipi d’interazione è mutevole, perciò per quel che concerne l’analisi antropologica della partecipazione l’obiettivo è quello di «osservare le azioni come rappresentazioni, come strategie mutevoli, non per stabilire quale repertorio d’azione sia il più efficace o potente, ma per individuare dopo un’attenta analisi dei caratteri costitutivi del gruppo, le implicazioni identitarie e politiche insite nella scelta di un particolare repertorio d’azione9».


MaschioFemminaTotale
Invincibile18,512,315,3
Un’invenzione, non esiste1,91,91,9
Invincibile perché ha relazioni con politici ed amministratori locali16,824,520,8
Sconfitta, eliminando le relazioni con politici ed amministratori locali27,725,226,4
Sconfitta se tutte le istituzioni e la società civile si ribellano47,851,849,9
Non sa2,92,72,8

Tabella 3 – Secondo te la ‘ndrangheta è…

(Fonte: Camera di Commercio di Reggio Calabria)

2.5 La lunga attesa del distretto del bergamotto

Nel percorrere questo viaggio conoscitivo della città di Reggio Calabria in cui si cerca di fare emergere l’immagine della città, non può mancare un paragrafo dedicato al prodotto che avrebbe dovuto essere uno dei motori dello sviluppo economico e portatore di fama internazionale in questo territorio: il bergamotto. Ma che cos’è il bergamotto?10 Il bergamotto è un agrume di colore giallo e la sua coltura è localizzata in provincia di Reggio Calabria.

Il periodo in cui ha inizio l’estrazione dell’essenza del bergamotto è attestato intorno alla metà del XVII secolo. Per molto l’estrazione viene effettuata tramite il processo manuale “a spugna” che consiste nel tagliare i frutti a metà, toglierne la polpa e comprimere con movimento rotatorio la scorza contro una spugna naturale in modo da farne uscire l’essenza.

Nel 1840 Nicola Barillà introduce il primo sistema meccanico di estrazione dell’olio di bergamotto ma è nel 1844 che mette a punto quella che prende il nome di “macchina calabrese” il cui sistema di estrazione si basa sull’abrasione della superficie del frutto. Oggi questo processo avviene tramite moderni macchinari dotati di grattugie d’acciaio.

Figura 13 – La macchina calabrese di Nicola Barillà

(Fonte: Amato, P., 2005, Storia del bergamotto di Reggio Calabria, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni)

Figura 14 – Il frutto del bergamotto

(Fonte: fotografia dell’autrice)

Le ipotesi sulle origini di questo agrume sono molte, c’è chi afferma l’abbia introdotto in Europa Cristoforo Colombo di ritorno da uno dei suoi viaggi e chi gli attribuisce provenienza turca dove esiste una varietà di pera denominata bergamotta. L’ipotesi più accreditata resta quella che il bergamotto deriva da una mutazione spontanea di un altro agrume e che ben si è adattato al microclima reggino.

Per quanto concerne il suo utilizzo, l’essenza di bergamotto è adoperata soprattutto dall’industria profumiera, in primis quella francese che ne è la maggiore importatrice. Il bergamotto è impiegato con successo anche in gastronomia come aroma naturale nella produzione di dolci, liquori, the e bibite e come principio attivo nel settore farmaceutico.

Un frutto prezioso, dalle grandi potenzialità economiche che nel 1999 ha visto riconoscersi anche la DOP (Denominazione Origine Protetta). Il Consorzio del Bergamotto, ente che si occupa di tutelare e garantire la qualità del prodotto, ha sviluppato un progetto per la realizzazione dell’Istituto Superiore di Profumeria, Cosmesi e Aromi alimentari. Nel 2006 l’amministrazione comunale sembra voler abbracciare il progetto consapevole dell’importante opportunità di crescita a cui può andare in contro la città. Le risorse messe a disposizione sono quelle del Decreto Reggio11 e il Comune tramite il proprio ufficio stampa celebra la notizia con queste parole:

Il progetto relativo alla realizzazione dell’Istituto superiore di profumeria, cosmesi ed aromi alimentari, opera rientrante tra quelle finanziate con i fondi previsti dal Decreto Reggio, è stato approvato dal comitato tecnico amministrativo di Catanzaro. L’opera sarà realizzata in località Arenella di San Gregorio, nella parte sud della città, nella vecchia fabbrica dismessa. L’area dell’intervento è un ex complesso industriale, realizzato agli inizi del novecento, per la lavorazione del bergamotto e la produzione di elementi essenziali all’industria profumiera internazionale.
Il complesso è composto da sette edifici. L’opera, il cui finanziamento ammonta a circa 6.400.000 euro, prevede il recupero architettonico di alcuni fabbricati esistenti e la realizzazione di due nuovi edifici da destinare ad uso didattico ed alla realizzazione della “risorsa bergamotto”. La superficie coperta dall’intervento è di circa 14.000 mq. L’area totale, di circa 23.000 mq, risulta attualmente del Consorzio del bergamotto, ente pubblico regionale. Il progetto, in pratica, mira alla conservazione dello stile architettonico dei fabbricati recuperabili, il restauro dei vetusti macchinari ancora presenti che illustrino, integrati da documentazione storica, le vecchie tecnologie ed i cicli di lavorazione del bergamotto. Il progetto prevede, inoltre, l’integrazione di due nuovi edifici: l’istituto didattico, laboratori e auditorium e le residenze per gli studenti12.

Come indicato da questo comunicato, il complesso avrebbe dovuto prendere vita presso la sede del Consorzio del Bergamotto, nell’area di San Gregorio, situata nelle vicinanze dell’ aereoporto dello Stretto. A San Gregorio ci vado io per la prima volta nel luglio 2012, in una calda mattina d’estate. Arrivata a destinazione, lo scenario che mi si presenta davanti è alquanto desolante: un’unica via di transito semi-deserta, tracce di una qualche attività industriale e qualche abitazione privata ai cigli della strada. La sede del Consorzio del Bergamotto è scarsamente visibile e per niente messa in evidenza da nessun cartello informativo. Riesco comunque a prendere appuntamento per la giornata successiva per discutere con qualcuno che mi parli del bergamotto e dei progetti ad esso connessi.

L’indomani incontro il Dott. Francesco Crispo che mi presenta l’affascinante progetto di quello che avrebbe dovuto essere un vero e proprio distretto del bergamotto: un grande polo didattico e di ricerca sull’utilizzo di questo meraviglioso frutto in campo profumiero, farmaceutico ed alimentare. Questa sarebbe stata la vocazione logica per un territorio che ha l’esclusiva per ciò che concerne la produzione di questo agrume dalle mille virtù, tuttavia non si riesce ad andare oltre alla mera produzione della materia prima. San Gregorio avrebbe dovuto essere un cuore pulsante di ricercatori e studenti invece davanti a me c’era seduta una persona fortemente delusa che m’indicava il cassetto dove è riposto il progetto nella vana speranza che qualcuno gli avesse permesso di ritirarlo fuori. Durante la nostra conversazione ho potuto visitare la ricca biblioteca interna del Consorzio scarsamente utilizzata e i vecchi locali abbandonati dove avveniva l’estrazione dell’essenza oggi residenza per pipistrelli.

Figura 15 – Antico edificio del Consorzio del Bergamotto dove avveniva l’estrazione dell’essenza in stato di completo abbandono

(Fonte: fotografia dell’autrice)

Ma i produttori di essenza, come si muovono in questo contesto? Sono stata anche presso uno di loro, nello specifico presso l’azienda Capua con sede produttiva in San Gregorio, limitrofa al Consorzio. Il mio interlocutore è stato il direttore di produzione, il Sig. Domenico Malara il quale entra subito nel merito di quello che secondo lui è il vero problema cioè «il netto distacco tra produzione ed insegnamento» aggiungendo «io vorrei vedere un docente qua!». Quanto mi viene riferito è la conferma che l’Istituto di Profumeria sarebbe stato il giusto collante tra divulgazione accademica e produzione. Tuttavia il Sig. Domenico ci tiene a sottolineare che l’industria dell’essenza è «l’unica cosa che non siamo riusciti a rovinare».

Perciò da una parte abbiamo un privato tutto sommato contento che porta avanti il suo lavoro di estrazione dell’essenza ed un pubblico che non è ancora stato in grado di concretizzare quest’opportunità di sviluppo per la propria città. Se è vero che le scelte e le tradizioni amministrative contribuiscono a dare forma al luogo, in questo contesto è da rilevare la totale assenza del soggetto pubblico e di conseguenza è possibile così spiegare come mai l’immagine della città che ha come etichetta il bergamotto sia fortemente sbiadita.

2.6 La città del turismo: un’immagine in cerca di valorizzazione

Al pari del bergamotto, anche il settore turistico non riesce a diventare uno dei simboli identificativi di Reggio nonostante viaggiatori del passato come Edward Lear ne hanno descritto la grande bellezza nei loro diari, appunti, disegni e racconti:

Reggio is indeed one vast garden, and doubtless one of the loveliest spots to be seen on earth. A half-ruined castle, beautiful in colour and picturesque in form, overlooks all the long city, the wide straits, and snow-topped Mongibello beyond. Below the castle walls are spread wide groves of orange, lemon, citron, bergamot, and all kinds of such fruit as are called by the Italians “Agrumi”; their thick verdure stretched from hill to shore as far as the eye can reach on either side, and only divided by the broad white lines of occasional torrent courses13.

Il primo che cercò di dare un indirizzo turistico alla città e che effettivamente qualcosa ha fatto, è il podestà Genoese Zerbi che durante il suo periodo di reggenza (1926-1928), fa acquistare al comune una struttura balneare gestita da privati e fa estendere le concessioni demaniali allo scopo di fare nascere nuovi impianti sull’arenile. In poco tempo il lido comunale di Reggio diviene un luogo di attrazione per i cittadini reggini, ma anche per i messinesi e per utenti di altre provenienze. L’esperienza è da considerarsi un primo tentativo riuscito nel dare un indirizzo di sviluppo turistico alla città.

Figura 16 – Immagine d’epoca Lido Comunale

(Fonte: reggioerachirico.blogspot.com)

Questo spirito con gli anni è andato decisamente scemando, basti pensare all’attuale cattivo funzionamento degli impianti di depurazione intorno alla città, alla scarsa presenza di strutture ricettive e di svago, alla mancata valorizzazione del litorale reggino. L’Ing. Laface ci offre una sintesi esauriente della città del turismo che non c’è.

Ma oltre le parole e i buoni propositi, mancano le opere e peggio, manca un piano o progetto generale. Una città che si sviluppa principalmente lungo tutta la costa, deve servire anche gli abitanti del retroterra e non deve bastare solo a se stessa. Invece, già in estate i reggini vanno a cercare refrigerio a Lazzaro o a Scilla o in altre spiagge fuori città. L’atteso turismo resta scarso e fortunoso: e non basta il ritorno stagionale degli emigrati, che si rifugiano in temporanee accoglienze familiari. La ricettività alberghiera non è quella della riviera romagnola, ne può essere competitiva con altre disponibilità anche della Calabria, per un turismo che non cerca permanenze in città. Il problema è questo. Ma qui si continua a pensare al Lungomare come luogo di passeggio con la bella vista del panorama sullo Stretto14.

Se il potenziale marino della città resta scarsamente sfruttato, non va meglio al resto del patrimonio. Il paesaggio costituisce una preziosa risorsa della città di Reggio, esso spazia da luoghi naturalistici di grande bellezza, ai beni culturali, all’archeologia industriale; una forte presenza di valori naturalistici e antropici da declinare in un progetto sostenibile del turismo in città. Tuttavia questo non è quello che succede e i Bronzi di Riace ne costituiscono un valido esempio in quanto sono stati fatti fatti stazionare presso Palazzo Campanella per circa 3 anni prima della ricollocazione presso la loro casa, il Museo Archeologico Nazionale della città rimasto chiuso per lavori di ristrutturazione e riaperto nel dicembre 2013 come testimonia Carmelo, coordinatore del servizio accoglienza e vigilanza del museo.

CARMELO: Bisogna tener presente che il museo è stato chiuso al pubblico per importanti lavori di restauro dal mese di settembre del 2009 e che nel mese di dicembre dello stesso anno sono stati trasferiti alla sede del Consiglio Regionale della Calabria, Palazzo Campanella, alcuni reperti tra cui i Bronzi di Riace. Dal 23 dicembre del 2009 i reperti sono stati visibili al pubblico gratuitamente. Il 21 dicembre 2013 è stato riaperto parzialmente il museo.

Eppure di soldi per incentivare la politica turistica ne sono stati dirottati molti in città, tuttavia l’incapacità di alcuni attori dell’amministrazione non ha permesso la corretta collocazione di queste risorse; un caso per tutti può essere considerato il sito istituzionale del turismo della Regione Calabria, finanziato da fondi comunitari e navigabile solo in lingua italiana con conseguente difficoltà di un potenziale utente straniero. Questo pessimo marketing territoriale trova poi riscontro nei dati ufficiali, se prendiamo in considerazione il trimestre estivo 2013, le strutture ricettive di Reggio Calabria realizzano il 40% di occupazione a luglio, il 43% ad agosto e il 30% a settembre15. Percentuali basse per il periodo normalmente definito di “alta stagione”. A proposito dell’andamento del turismo nella Provincia di Reggio Calabria, Lucio Dattola, presidente della Camera di Commercio di Reggio Calabria dichiara:

Arrivare a stento ad occupare ad agosto la metà dei posti letto indica chiaramente lo stato di deficit strutturale che ormai da anni attanaglia il comparto turistico reggino. Unico dato veramente incoraggiante è l’impatto positivo degli eventi culturali a carattere religioso. Ciò dimostra, come ripetiamo da anni, che per programmare strategie condivise di sviluppo strutturale della filiera turistica e, con essa, dell’intero territorio, è fondamentale attivare una rete tra gli attori istituzionali e le associazioni di categoria che coniughi l’aspetto tipicamente culturale e religioso con le risorse materiali ed immateriali dell’intera offerta turistica16.

La città dispone di numerosi elementi attrattivi di pregio in ambito storico, culturale e paesaggistico che a causa della mancanza di un sistema di infrastrutture e servizi da una parte e soggetti incapaci di valorizzare al meglio l’offerta dall’altra, il progetto turistico stenta a decollare. D’altronde nella maggior parte dei casi sono i cittadini stessi i migliori promotori della loro città e di cui hanno in testa un’immagine ben precisa; per avvalorare questa affermazione riporto le parole di Alessandra, giovane donna reggina e di Pino, ex ferroviere in pensione.

ALESSANDRA: Ho avuto la fortuna di nascere in una città del sud non troppo conosciuta perché dimenticata per i troppi pregiudizi eppure Reggio Calabria è bellissima, circondata sia dal mare che dalla montagna, il nostro Aspromonte…una città che affaccia sul meraviglioso Stretto di Messina, che a volte sembra davvero di toccare con un dito per quanto Messina sia vicino all’amata Reggio.

PINO: In un modo o nell’altro amiamo questa terra. Mi mancano i Buddaci17 di fronte. Il nostro mare è unico. Non c’è niente di simile all’Aspromonte, è unico sulla terra!

I cenni storici, la geografia fisica, l’urbanistica, la città-ombra, il distretto del bergamotto, il progetto turistico, ogni disciplina e ogni elemento che caratterizza un luogo crea un’immagine pubblica, che come sottolinea Lynch, «è la sovrapposizione di molte immagini individuali» che cercheremo di conoscere meglio nel capitolo successivo, dove se fin qui abbiamo conosciuto Reggio Calabria come territorio, ora cercheremo di vederla sotto un’altra prospettiva, dove protagonisti saranno i luoghi raccontati da chi li ha vissuti.

Figura 17 – I Bronzi di Riace nella loro nuova sistemazione presso il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria

(Fonte: fotografia dell’autrice)

Figura 18 – I Bronzi di Riace nella loro nuova sistemazione presso il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria

(Fonte: fotografia dell’autrice)

1 Per la ricostruzione della storia della ‘ndrangheta sono state utilizzate le seguenti: Ciconte, E., 2008, ‘Ndrangheta, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore – Gratteri, N., Nicaso, A., 2006, Fratelli di sangue, Cosenza, Luigi Pellegrini Editore – Gratteri, N., Nicaso, A., 2012, Dire e non dire, Milano, Mondadori.

2 I lavori per la costruzione dell’Autostrada del Sole iniziano nel 1964.

3 «Le rappresentazioni dominanti, creano una prospettiva, un punto di vista», Fava, op. cit., p.55

4 Camera di Commercio di Reggio Calabria, 2014, La percezione della legalità da parte dei giovani della provincia di Reggio Calabria.

5 Gazzetta n° 246 del 20 ottobre 2012. Decreto del Presidente della Repubblica 10 ottobre 2012: scioglimento del Consiglio Comunale di Reggio Calabria e nomina della commissione straordinaria.

6 Delibera Corte dei Conti Sezione Regionale di Controllo per la Calabria del 20 giugno 2008, Protocollo n° 2332.

7 Città di Reggio Calabria, Segreteria Generale, Assemblea Pubblica 11 gennaio 2013, Relazione.

8 Rappresentazione è utilizzato nel senso goffmaniano del termine perciò è da intendere come tutta quella attività svolta da un partecipante in una determinata occasione e volta in qualche modo ad influenzare uno qualsiasi degli altri partecipanti.

9 Miccoli, A., Farsi spazio a Milano: etnografia della partecipazione collettiva in Bressan, M., Tosi Cambini, S., (a cura di), 2011, Zone di transizione. Etnografia urbana nei quartieri e nello spazio pubblico, p.97.

10 La storia del bergamotto è stata approfondita sui seguenti volumi: Amato, P., 2004, Storia del bergamotto, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni; Spanti, S., 2013, Bergamotto. Una miniera d’oro verde, Roma, Asterisk Edizioni Media, Consorzio del Bergamotto,2002, Il bergamotto di Reggio Calabria, Reggio Calabria, Laruffa Editore.

11 L’importo, ai tempi del Decreto Reggio ancora in lire, è di L 12.380.000.000

12 Sito istituzionale del Comune http://www.reggiocal.it

13 Edward Lear (1812-1888) è uno scrittore ed illustratore inglese che dedicò la maggior parte della sua vita ai viaggi. Visito la Calabria nel 1847. Lear, E., 1852, Journals of a landscapes painter in southern Calabria, London, Richard Bentley, New Burlington Street p. 6-7.

14 Laface, G., 2010, Reggio Calabria 1908-2008. Un secolo sulla città, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, p.133.

15 Dati della Camera del Commercio di Reggio Calabria, www.rc.camcom.gov.it

16 Camera di Commercio di Reggio Calabria, L’andamento del turismo nella provincia di Reggio Calabria nel 2013.

17 Termine dialettale per chiamare i messinesi.

UNO SGUARDO ANTROPOLOGICO SU REGGIO CALABRIA. PATRIMONIO DI VOCI A TUTELA DEL MOSAICO IMPERFETTO – 3^PUNTATA

CAPITOLO 2

REGGIO CALABRIA: UNO SGUARDO MULTIDISCIPLINARE SULLA CITTA’

2.1 Reggio e la sua storia: il passato come fonte di conoscenza

I coloni Greci non sono stati i primi abitatori di Reggio, a conferma di quanto appena affermato, ampie testimonianze sono riscontrabili presso il Museo Archeologico Nazionale della città, dove vari ritrovamenti come vasi, pesi da telaio in terracotta e qualche fibula in bronzo appartenenti a corredi funerari, sono collegabili a popolazioni indigene dell’età del ferro che popolarono Reggio molto prima di chiunque altro.

Di particolare fascino è invece la leggenda che narra di re Italo, di stirpe Enotria, che regnò su questo territorio e da cui deriverebbe il nome Italia.

Tuttavia, sebbene vari reperti testimonino le antichissime origini di Reggio, la tesi maggiormente diffusa è quella che afferma che il nome e la fondazione di Reggio Calabria, l’antica Region, è dovuta a colonizzatori Calcidesi attorno alla seconda metà dell’VIII sec. a. C. Essi raggiungono la Calabria su indicazione dell’oracolo di Delfi: “Laddove l’Apsias, il più sacro dei fiumi, si getta nel mare, laddove mentre sbarchi, una femmina si unisce ad un maschio, là fonda una città. Il dio ti concede la terra ausone”1.

Fin dalla sua nascita, Reggio vide alternarsi sul suo territorio diverse guerre di conquista. All’inizio del V secolo il potere è in mano al tiranno Anassilao ( 494-476), esponente del ceto mercantile. Egli riesce ad assicurare a Reggio il dominio dello Stretto grazie alla conquista di Zancle (Messina) a cui cambia il nome in Messenia; fortifica Scilla ai fini di evitare un’espansione etrusca da nord e si allea con i Cartaginesi contro il loro tiranno Gelone. La sconfitta dei Cartaginesi ad Himera (480 a. C.), costringe Anassilao alla sottomissione siracusana. Da questo momento inizia un periodo di crisi che si protrae anche dopo la morte del tiranno nel 476 a. C.

Nel 461, con Leofrone, primogenito di Anassilao, termina il regime tirannico sulla città e viene restaurato un governo democratico.

La città sempre in lotta con locresi e siracusani, si allea con gli italioti e come reazione a questa scelta strategica, subisce l’invasione da parte di Dionisio I, alleato dei locresi. In suo onore viene edificato un sontuoso palazzo e successivamente Dionisio II ricostruisce la città dandole il nome di Febea (città del sole). Nel 352 però i siracusani vengono scacciati e si ritorna nuovamente ad un regime democratico.

L’ascesa di Dionisio da una parte e la spinta di popolazioni bruzie sino alla regione dello Stretto contribuisce ad aprire una nuova fase di declino sulla città supportata dalla mancanza di aiuto da parte della madrepatria. Inoltre a causa delle svariate guerre distruttive ed eventi naturali frequenti come i terremoti, non è possibile conoscere la struttura della città nei suoi primi secoli di vita ( VIII-V secolo a. C.). Il perimetro della città ellenistico romana viene ipotizzato a settentrione del torrente S. Lucia, ad occidente dal mare, a meridione dal torrente Calopinace (Apsia), a oriente dalle valli oltre la collina del Trabocchetto. Più difficile ed incerta è la localizzazione del porto in quanto la fascia costiera ha subito diverse modificazioni come lo sprofondamento della Punta di Calamizzi nel ‘500. Le principali vie di collegamento erano costituite principalmente dalle vie del mare, in quanto battute sopratutto per fini commerciali dai popoli del Mediterraneo per questo motivo, decisamente più frequentate di quelle terrestri. L’economia della città è basata prevalentemente sull’agricoltura e la pastorizia insieme ad una fiorente attività artigianale per la produzione di terracotte.

Figura 1- Resti delle terme romane sul Lungomare

(Fonte: fotografia dell’autrice)

In epoca romana la città viene designata come Municipium con il nome di Rhegium Julium. La città romana si arricchisce di sfarzosi palazzi e di otto edifici termali, tra cui quello che emerge sull’attuale Lungomare.

La decadenza dell’impero romano rende Reggio vulnerabile all’attacco di popolazioni barbariche. Sul finire del VI secolo Reggio entra a far parte dell’impero romano d’oriente e si riappropria del suo ruolo cruciale per il traffico commerciale.

Ripetuti tentativi di conquista della città di Reggio da parte degli Arabi si succedono durante il X secolo seguita da quelle da parte dell’emirato di Palermo. A Reggio entra a far parte della quotidianità la convivenza tra Bizantini e Musulmani.

Nel 1060 sono i Normanni a conquistare la città, i quali conducono una politica di tolleranza con le diverse presenze religiose ed etniche del territorio e danno una spinta alla ripresa economica grazie all’introduzione di nuove colture. L’avvento degli Svevi porta ulteriore benessere e progresso soprattutto con Federico II. Alla sua morte nel 1250, il meridione passa nelle mani degli Angioini. Reggio diviene durante le varie fasi della guerra del Vespro tra Angioini e Aragonesi teatro delle lotte per la conquista di Napoli. Nel 1442 gli aragonesi terminano la conquista del Regno di Napoli, in epoca aragonese cresce la presenza ebraica in città grazie ad una politica a loro favorevole. Nella giudecca reggina vengono esercitate diverse attività come la tintura dei tessuti con l’indaco, la lavorazione del ferro, dell’argento e dell’oro, la concia delle pelli.

Agli Aragonesi segue la dominazione spagnola caratterizzata soprattutto dalle lotte dinastiche con i Francesi. Alla devastazione delle guerre si aggiunge anche quella dei terremoti del 1509 e 1599. nel 1510 per motivi di concorrenza commerciale e religiosi viene imposto agli ebrei reggini di lasciare la città.

Nel 1535 giunge a Reggio Carlo V e detta nuove linee per il rafforzamento delle difese della città attraverso la riedificazione delle mura della città.

Il Seicento è un secolo caratterizzato da una fervida attività di costruzione, restauro e abbellimento dell’esistente. La città è abitata da nobili ed ecclesiastici, gli artigiani si collocano invece fuori le mura e gli agricoltori in prossimità delle campagne. Da un punto di vista paesaggistico Reggio è circondata da giardini, agrumeti e gelseti.

Nel 1734 con Carlo III inizia il periodo Borbonico la cui linea guida è la modernizzazione del Mezzogiorno. Nel 1782 grazie all’opera di Ferdinando IV nascono le industrie siderurgiche di Mongiana, l’industria della liquirizia a Corigliano e le filande di Villa S. Giovanni. Nel 1783 Reggio è colpita da un violento terremoto, i morti non sono stati molti ma i danni furono ingenti. Il compito di realizzare un progetto di ricostruzione della città viene affidato all’Ing. Mori. L’opera di ricostruzione però subisce vari rallentamenti a causa delle controversie e degli eventi politici che affliggono il Regno di Napoli.

La città si cominciò a riedificare sulla pianta del Mori, alla quale furono, nel progresso del tempo, apportate delle modificazioni. Ma successe quello che ancor oggi accenna a voler succedere. Chi non poté costruirsi una casa per mancanza, o per scarsità di mezzi, alle porte della città costruì la sua capanna, la sua baracca, il suo abituro, e si accumularono, così, ben presto, queste abitazioni, distendendosi lungo le vie esterne e agglomerandosi sulle colline soprastanti alla città2.

Figura 2 – Progetto di ricostruzione della città dell’ing. Mori

(Fonte: Archivio Storico Reggio Calabria)

L’economia in seguito al sisma si muove a passi lenti e si cerca d’incentivarla con leggi e provvidenze mirate alla modernizzazione della produzione agricola e a quella della seta; la classe borghese emerge nella vita commerciale e mercantile della città con la produzione e la vendita delle essenze di bergamotto. Nel 1816 viene preso un provvedimento importante a favore della città, Reggio è proclamata capoluogo della nuova provincia di Calabria Ultra Prima. Le Calabrie passano da due, Citra (Cosenza) e Ultra (Catanzaro), a tre in seguito alla suddivisione in due parti dell’esteso territorio della Calabria Ultra.

Figura 3 – Regno di Napoli, particolare Calabria Ulteriore Prima

(Fonte: Lear, E., 1852, Journals of a landscape painter in southern Calabria, London, Richard Bentley, New Burlington Street).

L’elevazione della nostra città a Metropoli di una nuova provincia può considerarsi come la sua moderna fondazione. Il richiamo di tanti pubblici ufficiali diede uno slancio alle ricostruzioni, il concorso dei provinciali aprì nuove vie alle industrie, al commercio, parecchi trafficanti accorsero ad aprir negozi, le ruine del tremuoto del 1783 in pochi anni sparirono3.

Tuttavia anche a Reggio iniziano a diffondersi le idee liberali che portano nel 1847 ad una sollevazione che si conclude tragicamente con la morte del patriota Domenico Romeo e la fucilazione di altri compatrioti. Nonostante questo primo fallimento, nell’agosto 1860, a sud di Reggio sbarca Garibaldi e i garibaldini guidati da Nino Bixio sconfiggono i borbonici e nominano a governatore della città il patriota Antonio Plutino.

Il 28 dicembre 1908 un disastroso evento sismico torna ad abbattersi sulla città portando morte e distruzione. Antonino Meduri, reggino e studioso calabrese descrive l’evento con queste parole:

In quella immane tragedia, tra le tante vicende umane e familiari, si consumava anche quella dei fratelli Giuseppe e Antonino Meduri e del cognato Santo Paviglianiti.

I tre, commercianti e mediatori di essenze di agrumi, domenica 27 dicembre 1908, con un carro a quattro cavalli, partirono verso l’entroterra della Piana di Gioia Tauro, per acquistare essenze che avrebbero poi rivenduto. In quella fatale alba, ospiti dei proprietari di un’azienda produttrice di essenze, furono svegliati di soprassalto dal boato e dallo scuotimento del terremoto […]. La casa dove erano ospiti, era lesionata e presagendo che a Reggio era accaduto un grave disastro, lasciati in custodia i contenitori in rame con l’essenza acquistata, montarono sul carro e ripresero velocemente la via del ritorno […]. Il passaggio per la Via Provinciale di S. Caterina fu difficile, la via era ingombra da macerie, dappertutto rovine, tutto era distrutto, morti e feriti ovunque.

L’abitazione di Antonino era tutta un enorme ammasso di macerie, di mobili, di mille cose diverse travolte da una forza sconvolgente. Tutti morti! Urlò Nino e si mise a scavare disperatamente sulle mute macerie. Ad un tratto, sentì un flebile lamento provenire da sotto le macerie e con trepidante speranza, chiamando a gran voce i familiari, riuscì a creare un varco che gli permise di strisciare dentro. Erano tutti lì, la moglie Mattia imprigionata dalle travi gravemente ferita al fianco, mentre i figli Maria (nata il 7 dicembre 1908), e Francesco (nato il 17 giugno 1898), giacevano morti sotto quell’enorme ammasso di rovine.

Dopo aver affidato la moglie alle cure di un improvviso ospedale, ritornò, dando sepoltura ai suoi diletti figli nel cimitero […]. La stessa sorte toccò alla casa di Santo Paviglianiti dove trovarono la morte, la moglie Concetta Meduri ed il figlioletto Antonino (nato il 24 novembre 1908). Giuseppe Meduri, pur avendo subito il crollo della casa, trovò i familiari fortunatamente illesi. Dopo qualche mese, il 15 febbraio 1909, Filomena portava a termine la gravidanza e dava alla luce il figlio (mio padre) a cui gli fu imposto lo stesso nome del padre (Giuseppe), come tradizionalmente allora si faceva4.

Figura 4 – Reggio Calabria, Strada Fatamorgana

(Fonte: Trombetta, A., 1998, Reggio Calabria la memoria ricorrente. Cronache di eventi sismici, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni)

Il primo intervento in seguito al sisma fu l’attuazione di un piano di baraccamenti nelle aree libere da macerie.

Subito dopo il disastro, lo Stato, preoccupato per la sopravvivenza dei superstiti, costruì con l’aiuto delle popolazioni e dei vari comitati di soccorso, i quali diedero origine ad una vera e propria gara di solidarietà facendo arrivare navi colme di legname e viveri, tutt’intorno alla città distrutta, su aree espropriate o occupate temporaneamente, e nelle piazze “rioni di legno”. I rioni, ubicati su aree per complessivi 73 ettari e per un totale di circa 5000 baracche di vario tipo, assunsero il nome o della zona dove sorgevano o dei vari comitati promotori che si adoperavano per la costruzione.

I rioni vennero quindi così chiamati Palombaro, Casolai, Pantano, Caserta, Tremulini, S. Caterina, via Provinciale, Sbarre, Gabelle, Scala di Giuda, S. Lucia, Fornace, Orange, Piazza Acacie, Friuli, Americano, S. Marco, Scordo, Borrace, Mezzacapo, Annunziata, Ferrovieri, Villini Svizzeri, Inglese, Travettopoli, Sovringlese, Caridi, Angelo Custode, e con le lettere dell’alfabeto dalla A alla H5.

Avvenimenti sismici di questo genere mettono a dura prova una comunità sia a livello interiore sia per quello che ti viene a mancare a livello materiale come la casa, la difficoltà nel rifornirsi di viveri e negli spostamenti in quanto le strade sono occupate dalle macerie degli edifici crollati.

Figura 5 – Progetto di ricostruzione della città dell’Ing. De Nava

(Fonte: Archivio Storico Reggio Calabria)

In seguito all’avviamento della demolizione degli edifici pericolanti, l’ing. Pietro De Nava, assessore ai lavori pubblici della città, riceve l’incarico di redigere il Piano Regolatore. In linea di massima s’intende utilizzare il vecchio sito della città distrutta e reperire nuovi spazi per insediamenti industriali e di servizi. Alla ricostruzione prendono parte architetti ed imprese provenienti da tutto il Paese, tuttavia i lavori a causa di problematiche varie come espropri, prima guerra mondiale e conseguente difficoltà d’approvvigionamento dei materiali, subiscono dei ritardi. All’avvento del fascismo molti quartieri sono ancora in una situazione precaria, si procede allora allo stanziamento di ingenti finanziamenti per velocizzare la ricostruzione.

In epoca fascista, il Podestà Zerbi avvia la promozione della Grande Reggio, cioè l’aggregazione alla città di altri quattordici comuni vicini di cui il governo nazionale ne da approvazione nel 1927. Questo ampliamento territoriale porta a moltiplicare i problemi gestionali della città.

Richiesta al Governo Nazionale di ampliamento della circoscrizione territoriale della città di Reggio – Calabria

L’anno 1927, il giorno dodici del mese di Febbraio, nell’Ufficio Comunale di Reggio Calabria

IL PODESTA’

del Comune suddetto, Comm. Ammiraglio Giuseppe Genoese Zerbi, assistitito dal Segretario Generale, Cav. Dott. Bruno Giordano, ha adottata la seguente deliberazione:

Considerato che la città di Reggio, comprendente una ristrettissima linea costiera, è compressa nel suo attuale territorio da una rete di piccoli Comuni che sono venuti formandosi in tempi lontani, attraverso le varie dominazioni del medio evo e dell’età moderna, a danno della circoscrizione territoriale stessa della città, quale era nell’antichità classica romana:

considerato che il fattore territoriale, soffocando la città in un ristrettissimo spazio lungo la riva del mare, ha impedito che lungo il mare si potesse sviluppare l’attività industriale, commerciale, e che si formasse un centro demografico, sociale, quale è possibile nella privilegiata posizione geografica e climatica:

considerato che l’attuale situazione riesce di danno al Comune, che non può con i propri mezzi avere la libertà finanziaria ed economica, ed è di grave peso allo Stato, il quale, sul fondo dei proventi delle addizionali, deve integrare il bilancio del Comune per una somma di circa tre milioni annuali, senza possibilità di riduzione, avendo il Comune applicato tutte le risorse fiscali consentite dalla vigente legislazione:

considerato che la insufficienza del territorio della città, in rapporto allo sviluppo finanziario, economico, industriale e commerciale ed all’impossibilità di seguire lo sviluppo moderno dei servizi pubblici, risulta dalla allegata dimostrativa relazione, la quale s’intende far parte integrante della presente deliberazione:

considerato che dal quadro generale esposto nella citata relazione, balza evidente la constatazione, che nel territorio quale deve essere quello della città di Reggio e nel quale, per vicende lontane, è venuta formandosi un’artificiosa rete di piccoli Comuni, ad un suolo ricco, floridissimo di prodotti, di clima temperato, attualmente non corrisponde un adeguato sviluppo industriale, economico, finanziario, dei pubblici servizi e della vita civile:

considerato che questa constatazione, luminosamente dimostrata, impone la necessità di richiedere – a termine dell’art.8 del R.D.L. 30 Dicembre 1923 N. 2839 – al Governo Nazionale Fascista, il provvedimento che consenta l’ampliamento territoriale della città di Reggio.

DELIBERA

richiedere al Governo Nazionale Fascista, per tutte le considerazioni esposte nell’annessa relazione, il provvedimento che consente l’ampliamento territoriale del Comune di Reggio, comprendendovi i Comuni di Cannitello, Villa S. Giovanni, Campo Calabro, Fiumara, Catona, Salice, Villa S. Giuseppe, Rosalì, Sambatello, Gallico, Podargoni, Cataforio, Gallina, Pellaro, in conformità all’unita carta dell’Istituto Geografico Militare.

GAZZETTA UFFICIALE DEL REGNO D’ITALIA, ANNO 68 , N. 165

(Fonte: MUNICIPIO DI REGGIO CALABRIA, 1928, Ampliamento territoriale del comune, Soc. Edit. Reggina)

Il post-fascismo è un periodo particolarmente difficile: l’uscita dall’ennesima parentesi bellica ha aggravato le condizioni di vita della popolazione.

L’onesto commercio di esportazione di agrumi, essenze e vini di produzione locale è paralizzato da mancanza di carri ferroviari e di altri mezzi di trasporto, e si limita perciò, ai pochi acquisti fatti dagli Alleati ed alle spedizioni consentite dalle ferrovie ai pochi fortunati concessionari di carri. La ripresa industriale (distillerie, fabbriche di essenze e di derivati agrumati, filature di seta, carbone, legna da ardere, ecc.) è anche essa intralciata dalla mancanza di mezzi di trasporto e di combustibile6.

La città continua a crescere senza un progetto ben definito e tale affermazione trova riscontro nella relazione di una commissione d’inchiesta ministeriale del 1966 che fa il seguente resoconto della situazione degli ultimi 15 anni.

In assenza di qualsiasi indirizzo la città ha seguito, in maniera indifferenziata, tutte le direttrici di sviluppo consentite dall’andamento naturale del terreno ricalcando in maniera assolutamente illogica antichi tracciati di strade comunali e vicinali, ricoprendo aree verdi di enorme valore paesistico, provocando strozzature irreparabili nella rete viaria e nella distribuzione degli insediamenti, senza lasciare alcuna area per gli indispensabili servizi pubblici e le attrezzature collettive. Così i nuovi insediamenti hanno costituito agglomerati edilizi che non possono assolutamente definirsi «quartieri» o «unità urbane»; si tratta in realtà, esclusivamente, di edifici accatastati l’un contro l’altro senza alcuna logica e senza alcuna visione unitaria, altimetrica o planimetrica7.

Questo senso di smarrimento della città si fortifica nel 1970, anno in cui la città è segnata da un avvenimento che ne segnò profondamente la sua storia cioè la decisione d’istituire il capoluogo della regione a Catanzaro e non a Reggio Calabria. Un avvenimento dal forte sapore di spartizione politica a tavolino dove Reggio ha pagato il prezzo più alto. A nulla servono i vari movimenti di forte protesta, i cosiddetti moti del ’70, allo scopo di far valere le proprie ragioni ma soprattutto nessuno riesce a prendere in mano e ad immettere questo positivo spirito di partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica in un progetto positivo per la città. Quel che rimane è una Reggio dal ridotto peso istituzionale ed una popolazione che ha acquisito un forte senso di inaffidabilità nei confronti del potere politico.

Diciamo questo perché dopo il ’70, confinata la protesta nel ghetto, la città si è collassata, i comportamenti collettivi si sono via via sempre più degradati, si è approfondito il solco che già divideva i cittadini dallo Stato […]; diciamo questo perché è dopo il ’70 che si è innescato quel clima di «illegalità diffusa» che annotavamo già più di un anno fa […] un clima che rischia di portare il potere di amministrare il territorio fuori dalle istituzioni8.

La ricostruzione storica presentata in questo paragrafo è stata possibile grazie all’aiuto dell’architetto Giuliana Gioffré Florio dell’archivio storico della città di Reggio Calabria. Gli scritti a cui si fa maggiormente riferimento come fonti, sono i seguenti: Cagliostro, M., 2003, Reggio Calabria dalla città classica al liberty, Reggio Calabria, De Luca Editori Arte; Andronico, E. ( a cura di) , 2006, Hypogaea. Tipologie edilizie, riti e corredi delle necropoli reggine di età ellenistica, Reggio Calabria, Laruffa Editore; Castrizio, D., Fasci, M.R., Laganà, R., 2005, Reggio città d’arte, Città di Reggio Calabria; Cingari, G., 1988, Reggio Calabria, Roma-Bari, Laterza, Ripepi, G., 2001, Sulle remote origini di Region, Il Quotidiano, p.16.

2.2 Dall’Aspromonte allo Stretto: lo scenario variegato del territorio reggino

Il geografo Gambi nell’inquadrare la collocazione del territorio reggino scrive: «Reggio si dispone a fascia lungo la riviera dello Stretto, in magnifica e apertissima positura, e fra un rigoglioso manto di agrumi e di vigneti a cui si alternano , frequenti negli orti e nei giardini, palme e muse9». Sebbene sia una descrizione di un geografo, questa sembra provenire da un romanzo letterario.

La città odierna mantiene l’impianto a scacchiera del Mori e si dispone a fascia sullo Stretto. Essa è delimitata dalle montagne dell’Aspromonte, con rilievi che arrivano a sfiorare i 2000 metri ed è circondata dal mare. La montagna reggina è caratterizzata da forme addolcite e vasti altipiani che si dispongono a gradini che scendono via via verso il basso e che sembrano grandi balconi che si affacciano sul mare. L’Aspromonte lungo le sue pendici è fortemente inciso dalle fiumare, corsi d’acqua a regime torrentizio e senza sorgente, dalla forte capacità di erosione e con una portata molto variabile, ricche d’acqua nel periodo invernale e con tendenza ad asciugarsi nei periodi più caldi.

Reggio Calabria sorge sulla sponda destra della fiumara Calopinace che oggi compare davanti ai nostri occhi cementificata in seguito al restringimento del suo alveo e alla creazione dalle sue sponde di due strade a scorrimento veloce. Il fatto che questa fiumara non sia stata completamente coperta, permette di accorgersi di eventuali elementi d’ostruzione che possono impedire il flusso regolare dei detriti. Completamente diversa è la situazione della fiumara dell’Annunziata, la quale è stata interamente cementificata al fine di realizzare un asse viario a quattro corsie che collega la città con lo svincolo autostradale di Via Lia e l’area universitaria. L’adattamento della fiumara Annunziata alle esigenze della circolazione cittadina ha una storia antica, inizialmente si passava da una sponda all’altra attraverso una passerella pedonale, nel 1852 viene costruito il primo ponte di collegamento successivamente ricostruito nel 1921 ed infine la cementificazione della fiumara nel 1991. Questo modo di adattare un fenomeno naturale alle esigenze umane in maniera così sprovveduta porta a chiedersi che cosa potrebbe succedere in caso di un evento climatico imprevedibile in questa situazione che vede dei corsi d’acqua dal regime altamente variabile, chiusi con un tappo la cui resistenza non è calcolabile. A questo proposito, un antico detto calabrese recita così: «a jumara torna jumara10», la fiumara torna fiumara.

La via principale di Reggio è il Corso Garibaldi, qui sorgono i principali negozi e luoghi di ritrovo. Parallelo ma sul lato del mare si colloca il corso Vittorio Emanuele II. Tra queste due vie si intersecano diverse piazze sui cui sorgono gli uffici principali, Piazza Italia ospita per esempio quelli amministrativi.

Figura 7 – Piazza Italia

(Fonte: fotografia dell’autrice)

Un elemento che entra con prepotenza nella geografia di questo territorio è la ferrovia. Reggio Calabria, come altre zone litoranee di questa regione, è costeggiata dalla ferrovia che “corre” così vicino al mare che il treno sembra viaggiare su binari d’acqua. Le ferrovie in città costituiscono una forte presenza identitaria sia per il grande numero di addetti nel settore11, sia per la loro occupazione fisica di vaste porzioni di territorio come sul lungomare cittadino. Il primo è considerato un aspetto positivo, il secondo meno in quanto le strade ferrate facevano da barriera tra la città e il mare. Dopo un lungo “braccio di ferro” tra Ferrovie e amministrazione comunale, ma soprattutto grazie alla determinazione e bonaria testardaggine dell’allora primo cittadino, Italo Falcomatà, prende vita il progetto per la realizzazione del Lungomare che prevede l’intubamento per un tratto dei binari e la conseguente riappropriazione di una vasta superficie a ridosso del magnifico scenario dello Stretto. Questa opera che vede un percorso di realizzazione tortuoso e tutto in salita e viene inaugurata nella primavera del 2001. Su questi due importanti simboli cittadini, il Lungomare e il sindaco Falcomatà torneremo a parlare nel capitolo successivo. Al momento il dato che ci interessa cogliere è la presenza di questo immenso spazio pubblico che fa da tramite tra la città e il mare e di come «le scelte amministrative contribuiscono a dare forma e sostanza al luogo12». Queste scelte insieme alla geografia fisica, come abbiamo avuto modo di apprendere in precedenza da Park, contribuiscono alla distribuzione della popolazione su di un territorio.

Figura 8 – Immagine d’epoca Lungomare

(Fonte: reggioerachirico.blogspot.com)

Figura 9 – Il lungomare oggi

(Fonte: fotografia dell’autrice)

Il mare come abbiamo potuto apprendere fino ad ora, è un elemento importante per la città così come lo è l’Aspromonte, le fiumare e l’alto livello di sismicità del territorio. Tuttavia se dovessimo fare un salto indietro nel tempo, l’immagine predominante con cui avremmo a che fare sarebbe quella di un immenso giardino profumato caratterizzato dall’estensione a perdita d’occhio di agrumeti, gelseti e viti. L’immagine della città giardino non è soltanto un affascinante racconto di questo luogo, ma tutte le piante citate costituivano il tessuto economico di questo territorio. Gli sterminati campi di gelso sono la materia prima delle numerose filande che già dal periodo della dominazione bizantina e per i secoli successivi, diedero impiego a numerose famiglie. Gli agrumi invece sono a tutt’oggi fondamentali per il funzionamento dell’industria d’estrazione delle essenze.

L’Aspromonte, il mare, le fiumare, agrumeti e gelseti, la ferrovia fanno parte di questa città e insieme ne plasmano un’immagine che non si può ancora considerare completa senza un accenno alla sua posizione strategica sullo Stretto.

Ogni giorno migliaia di lavoratori, studenti, commercianti, professionisti animano Reggio e Messina, i due cuori pulsanti di quella che possiamo definire conurbazione dello Stretto. A questo proposito Gambi afferma «Reggio perciò non è una città in sé e per sé, ma lo è in quanto forma uno dei principali elementi di questa singolare conurbazione13». Tuttavia questa è una conurbazione del tutto particolare che vede fianco a fianco due città appartenenti a due regioni politiche e fiscali diverse.

Nei secoli, con l’alternarsi di periodi bui e fiorenti, lo Stretto ha sempre conservato il suo fondamentale ruolo di via di transito fra i porti del Mediterraneo. Per quel che riguarda i collegamenti tra queste due città, nel 1900 iniziano a funzionare i primi ferry-boats fra Messina e Reggio e nel 1901 il primo convoglio ferroviario proveniente da Roma per Siracusa s’imbarca da Reggio. Ancora oggi il transito tra i due territori avviene via mare, chi deve raggiungere la Sicilia dalla Calabria deve imbarcare la propria auto a Villa S. Giovanni, la stessa procedura avviene pure con i treni.

Fin dalla fine dell’800 si parla di costruire un ponte al fine di superare gli ostacoli naturali dello Stretto, un progetto rimasto su carta e argomento utilizzato soprattutto in campagna elettorale.

Concludendo «la conurbazione dello Stretto è ai nostri giorni una realtà chiara e sicura. E nei suoi riguardi lo Stretto non è più uno spazio marino, ma un fiume le cui coste sono ricoperte da una duplice sequenza di densi abitati14». Un’opportunità per questo immenso territorio per crescere nei diversi settori, da quello turistico, entrambe le città ospitano rinomati complessi balneari, a quello della ricerca con i due poli universitari e la vocazione viva fin dal nascita di questi insediamenti cioè quella commerciale.

Figura 10 – Schema della conurbazione dello Stretto

(Fonte: Gambi, L.,1965, Calabria, Torino, Utet, pag. 515)

1 Cagliostro, M., Reggio Calabria dalla città classica al liberty, Reggio Calabria, De Luca Editori Arte, p. 18.

2 Relazione comunale sull’espansione della città post – terremoto 1783 riportata in Cingari, G., 1988, Reggio Calabria, Laterza Roma-Bari, p. 8.

3Cingari, G., 1988, Reggio Calabria, Roma-Bari, Laterza, p.5.

4 Meduri, A., 2006, Santa Caterina e San Brunello. Rioni di Reggio Calabria. Storia Civile e religiosa, Reggio Calabria, Città del sole edizioni, p. 136-137.

5Tripodi, F., Archivio storico del comune di Reggio Calabria, estratto in Rivista storica calabrese N.S XII-XIII (1991-1992), NN. 1-4, p.122.

6 Nota del 1944 del Questore di Reggio in Cingari, op. cit., p.354.

7 Cingari, op. cit., p.395-396.

8 Dichiarazioni programmatiche del sindaco Francesco Mallamo del 1986 in Cingari, op. cit., p. 431.

9 Gambi, L.,1965, Calabria, Torino, Utet, pag. 505.

10 Cantarella, G., 2001, Sbarre. Quelle antiche pietre, Reggio Calabria, Cittò del Sole Edzioni, p. 14.

11 La ferrovia è fortemente legata alla storia di Reggio, la città stessa ospita un rione denominato dei Ferrovieri a testimonianza di una forte presenza di lavoratori appartenenti al comparto ferrovie. Il rione Ferrovieri sorge sulla riva meridionale del Calopinace e venne costruito dalle Ferrovie dello Stato in seguito al devastante terremoto del 1908 per dare alloggio ai propri dipendenti sopravvissuti.

12 Scarpelli, F., 2009, Il rione incompiuto, Roma, Cisu, p. 47.

13 Gambi, op. cit., p.514.

14 Gambi, op. cit., p. 518.

2.3 Città amministrativa e governo del territorio

Dopo la collocazione storica e spaziale, ci occupiamo dell’organizzazione amministrativa e territoriale. Il comune di Reggio Calabria è suddiviso in 15 circoscrizioni per una popolazione complessiva di 180.817 residenti1. Il territorio attuale è il risultato dell’aggregazione con i territori limitrofi alla città avvenuto durante il fascismo e alcune delle attuali circoscrizioni sono stati dei comuni autonomi con storia e tradizioni proprie.

Fig. 11 – Disposizione delle circoscrizioni sul territorio

(Fonte: sito istituzionale comune di Reggio Calabria, http://www.reggiocal.it )

ICentro storico
IIPineta Zerbi – Tremulini – Eramo
IIISanta Caterina – San Brunello – Vito
IVTrabocchetto – Condera – Spirito Santo
VRione Ferrovieri – Stadio – Gebbione
VISbarre
VIISan Giorgio – Modena – San Sperato
VIIICatona – Arghillà – Rosali – Villa S. Giuseppe
IXGallico – Sambatello
XArchi
XIOrti – Podargoni – Terreti
XIICannavò – Mosorrofa – Cataforio
XIIIRavagnese
XIVGallina
XVPellaro

Tab. 1 – Suddivisione in circoscrizioni comune Reggio Calabria

(Fonte: sito istituzionale comune di Reggio Calabria, http://www.reggiocal.it)

Uno degli elementi di spicco che caratterizza fortemente l’immagine della città è il fenomeno dell’abusivismo edilizio presente in tutto il territorio comunale. I tessuti edilizi sono disordinati e questa situazione ha contribuito a determinare una scarsa dotazione di opere di urbanizzazione primaria come fogne e rete idrica. L’amministrazione comunale è consapevole di questo in quanto si tratta di situazioni censite su vari documenti ufficiali, il DP (Documento Preliminare) al PSC (Piano Strutturale Comunale) del 2009 si esprime a tal proposito con le seguenti parole:

l’impetuoso, anarchico e spesso illegale processo di urbanizzazione non poteva non portare ad una situazione della quale non si percepisce più il senso della sua forma. La diffusione insediativa ha interessato quasi tutto il territorio aggredibile, incurante degli stessi pericoli rappresentati dalle fragilità fisiche. Né lo spazio agricolo, né quello costiero, né le sponde dei corsi d’acqua sono stati risparmiati2.

Abusivismo a parte, l’impianto urbanistico della città di Reggio, è stato determinato soprattutto dai Piani di Ricostruzione che si sono susseguiti in seguito ai principali eventi sismici del 1783 e del 1908 e che sono il Piano Mori (1785) e il Piano de Nava (1912). Nel 1933 abbiamo invece l’accorpamento di insediamenti limitrofi alla città (Grande Reggio).

Negli anni ’60 vengono avviati programmi per la realizzazione di insediamenti edilizi di tipo economico popolare. Le nuove costruzioni hanno trovato spazio soprattutto nella prima periferia dove nascono quartieri popolari caratterizzati dall’isolamento e dalla carenza dei servizi pubblici primari. Parallelamente alla costruzione di nuovi quartieri popolari, vi è un’escalation nell’edificazione di abitazioni abusive. Scoppia un vero e proprio processo di edificazione spontanea che nemmeno il Piano Quaroni redatto negli anni ’70 riesce a mettere sotto controllo. Le linee guida del Piano Quaroni ipotizzano una ridefinizione del territorio comunale su queste basi: da un lato, in direzione nord, la creazione di un nuovo centro urbano con funzioni direzionali e turistiche, pensato come snodo o allaccio con l’ipotizzato ponte sullo Stretto (bando internazionale Anas 1969); dall’altro lato, in direzione sud, la creazione dell’area industriale; e, nella parte centrale, riqualificazione del tessuto urbano, ristrutturazione della ferrovia (abbassamento o intubamento), spostamento a sud della zona portuale in funzione degli insediamenti industriali. Infine una rete infrastrutturale complessa per collegare le molteplici realtà territoriali3.

Oggi Reggio è una città dove

è particolarmente accentuata la dicotomia centro/periferia: un centro pianificato, di grande valenza storica, funzionalmente variegato, ed una periferia informe, degradata, caratterizzata da fenomeni di abusivismo, autocostruzione e frammentazione. Il centro storico, caratterizzato da una maglia urbana regolare e da un tessuto edilizio di qualità, recentemente ha riacquistato il rapporto con il fronte a mare attraverso un progetto rilevante di riqualificazione del lungomare e della fascia costiera. Attorno al centro, è nata una periferia caratterizzata da agglomerati privi di servizi primari e secondari e da fenomeni complessi quali il degrado socio-ambientale, la carenza di servizi, l’esclusione sociale, la carenza di attività economiche, la scarsa integrazione sociale sul territorio4.

Per fare fronte a questi grandi problemi di squilibrio tra centro e periferia, il PSV prevede una serie di progetti di riqualificazione e rigenerazione urbanistica da attuarsi tramite i seguenti strumenti messi a disposizione dell’amministrazione comunale: POR, PRUSST, Programma URBAN, Contratti di Quartiere, Decreto Reggio5. È ovvio che il problema delle periferie non riguarda solo Reggio Calabria, esempi di questo tipo c’è ne sono moltissimi, basti pensare al caso delle Favelas in Brasile, le cosiddette città informali. In Brasile, si sta cercando di rendere questi sistemi urbani spontanei più fruibili: consentire il movimento anche alla popolazione anziana, introduzione di nuove attività commerciali e culturali, dotazione dei servizi di base (fogna, infrastrutture, rete idraulica), diffusione delle buone pratiche di convivenza sostenibile (raccolta differenziata). Questo processo di riqualificazione parte nel 1983 con l’emanazione della legge 3532 in cui la Favela viena riconosciuta come parte integrante della città e alle famiglie che occupano un territorio illegalmente per la costruzione di una dimora, possono continuare ad occupare i lotti e tramite un procedimento legale ottenere la proprietà degli stessi. La conseguenza più immediata è stata quella di portare le persone ad investire nella propria casa con generale miglioramento delle condizioni di vita6.

Anche il PSU del comune di Reggio Calabria prevede a grandi linee gli stessi interventi primari come quelli messi in atto in Brasile, tuttavia la strada da percorre è ancora in salita come mi riferisce l’architetto D.B, dipendente presso l’ufficio urbanistica con cui ho deciso di approfondire questa tematica. Mi viene detto che l’ultimo PRG (Piano Regolatore Generale), il Piano Quaroni, non è stato mai messo in pratica a causa del forte abusivismo che caratterizza la città, fenomeno facilmente riscontrabile anche affacciandosi dalla finestra dell’ufficio del mio interlocutore: case a più piani innalzate incuranti della normativa vigente, che spesso non vengono portate a termine e di cui ne restano soltanto gli scheletri a testimoniare l’ingiuria praticata sul territorio. Per farsi un’idea più chiara, che va oltre a ciò che è visibile da una qualsiasi finestra, basti solo pensare che per quanto concerne il condono del 1985 risultano ancora 20.000 domande da verificare. Per quanto invece riguarda gli edifici già condonati, questi hanno presentato tutti la documentazione d’idoneità statica e non possono venire demoliti anche laddove non rispettano il vincolo paesaggistico in quanto «l’abusivismo crea clientelismo7».

Dal 2004 si lavora al Piano Strutturale8 in forza della legge regionale 19/2002 che disciplina la pianificazione, la tutela ed il recupero del territorio. Nel 2012 è stato approvato il Piano Conoscitivo ma attualmente è tutto fermo in quanto il Piano Strategico non ha pronto il documento VAS (Valutazione Ambientale Strategica). Il Piano Strutturale del comune prevede la creazione delle seguenti macro-aree:

  • ambito urbanizzato,
  • zone urbanizzabili,
  • aree di vincolo,
  • zona agricola (patrimonio agro-forestale).

Un’analisi approfondita rivela una forte parcellizzazione e non condivisione del territorio «questo è mio e la pentola comune non bolle mai9». Una storia popolare che ben si presta alla descrizione della natura individualista riscontrabile nella città mi viene raccontata dal mio interlocutore.

D.B. Tre reggini trovano la famosa lampada dei desideri, la strofinano ed esce il genio che gli promette di realizzare un desiderio per ciascuno. Chiede il genio al primo – Tu che cosa vuoi? – io voglio 500 pecore. Eccotele. Chiede il genio al secondo – E tu che cosa vuoi? – Se a lui hai dato 500 pecore, io ne voglio 1000. Infine il terzo – E tu che cosa vuoi? – Io vuogghiu ca’nci muoiano i pecori a tutti dui! (Traduzione: io voglio che ci muoiano le pecore a tutti e due!)10

Oltre all’abusivismo però, uno dei problemi più grossi risulta essere il controllo del territorio, funzione esercitata in maniera oppressiva dalla criminalità organizzata. Reggio non è l’unica città a soffrire di questi mali, tuttavia tutti questi elementi negativi fin qui individuati, mi fa notare D.B, «alimentano un principio di osteggiamento agli imprenditori che vorrebbero investire in città». Questa situazione va a mettere un freno anche ai dipendenti dell’ufficio urbanistica, molti dei quali hanno voglia di lavorare per la propria città ma lo riescono a fare solo in piccola parte.

Concludendo, analizzare un territorio sotto vari punti di vista è molto importante in antropologia e quello che si sta portando avanti in queste pagine è un approccio multidisciplinare cominciato con la storia, la geografia e ora l’urbanistica che si pone come obiettivo quello di fare un’analisi spaziale che contestualizzi il mio campo di ricerca: Reggio Calabria.

Figura 12 – Edificio abusivo ubicato di fronte all’Ufficio Urbanistica del Comune di Reggio Calabria

(Fonte: fotografia dell’autrice)

Continua alla prossima puntata…

1 Dato ISTAT proveniente dal 15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni consultabile dal sito www.censimentopopolazione.istat.it .

2 Comune di Reggio Calabria, 2009, DOCUMENTO PRELIMINARE (DP) AL PIANO STRUTTURALE COMUNALE (PSC), p. 22.

3 La breve ricostruzione fin qui fatta sui piani regolatori che hanno interessato la città è stata supportata dalle seguente fonte: Comune di Reggio Calabria, 2004, PSV (PIANO SVILUPPO URBANO).

4 Passarelli, D., Critelli, F., Errigo, M. F., Mauro, G.C., Salerno, G.; Tucci, N., 2007, Indirizzi e strategie per la rigenerazione urbana e territoriale: la riqualificazione dei contesti spontanei. Una esemplificazione sugli effetti prodotti dagli strumenti do programmazione, INU Convegno Nazionale.

5 POR (Programmi Operativi Regionali), PRUSST (Programmi di Riqualificazione Urbana e Sviluppo del Territorio), URBAN (Programma di rigenerazione urbana promosso dall’Unione Europea.

6 Le informazioni sull’edificazione spontanea e riqualificazione della Favela sono state estratte dalle seguenti fonte: Lengueglia, L., 2009, ANALISI DELLA CITTA’ BRASILIANA E METODOLOGIE DI RIQUALIFICAZIONE URBANA.

7 Questa espressione è più volte utilizzata dal mio interlocutore per sottolineare il collegamento tra politica e cattiva gestione del territorio, laddove la messa in regola di una casa significa un voto assicurato per chi si fa promotore delle politiche di condono.

8 In questa fase mi viene puntualizzata la differenza tra Piano Strutturale che concerne lo sviluppo urbanistico della città e Piano Strategico che riguarda invece la visione strategica d’insieme sulla città.

9 Il mio interlocutore adopera spesso modi di dire popolari per aiutarmi a comprendere la realtà local

UNO SGUARDO ANTROPOLOGICO SU REGGIO CALABRIA. PATRIMONIO DI VOCI A TUTELA DEL MOSAICO IMPERFETTO – 2^PUNTATA

L’analisi situazionale applicata allo studio della città

Se la Scuola di Chicago ci offre un filone di studi sulla città soprattutto ad opera di sociologi, è con la Scuola di Manchester che finalmente ci possiamo confrontare con il lavoro degli antropologi. Tuttavia non si tratta di ricerche sul campo in città inglesi ma bensì africane, il tutto sotto la guida del Rhodes Livingstone Institute, centro di ricerca che nasce nel 1937 in Rhodesia del Nord, oggi attuale Zambia dove vi affluirono numerosi studiosi della Scuola di Machester.

Il loro obiettivo è l’esplorazione della realtà urbana che in questo caso significa occuparsi di città industriali situate in prossimità di località produttive, la cui ubicazione è conseguenza delle scelte e degli interessi dei coloni europei (per esempio presso i centri minerari). In questo contesto, lo scenario che questi studiosi si trovano davanti è un grande movimento migratorio generato dalla domanda di forza-lavoro che induce i membri delle varie tribù a spostarsi in città. Questo flusso di persone dalla campagna alla città porta con sé anche una serie di comportamenti tribali che non si estinguono con il cambio di residenza ma che si adattano al nuovo contesto cittadino assumendo nuovi significati che gli studiosi del Rhodes Livingstone Institute cercano di captare.

Ma quali sono le variabili prese in considerazione da un antropologo di Manchester in uno studio di comunità? Mitchell, ne individua sei: densità dell’insediamento, mobilità, eterogeneità etnica, sproporzione demografica, differenziazione economica, limitazioni amministrative e politiche. Queste varianti non sono ritenute da Mitchell materia di studio dell’antropologo ma di altre discipline, tuttavia l’analisi del comportamento degli individui è fortemente influenzata da questi fattori.

Incominciamo ad entrare nel concreto di questi studi attraverso Mitchell e il suo studio sulla danza Kalela13. Durante una domenica di festa presso Luanshya, città mineraria della Copperbelt, Mitchell inizia l’osservazione dell’esecuzione della Kalela Dance. I danzatori appartengono alla tribù dei Bisa, essi suonano e ballano abbigliati con pantaloni neri e camicia. Uno solo di loro indossa invece un camice bianco da dottore ed incita le persone a partecipare alla danza. Il “dottore” è affiancato da una “infermiera”, unica donna del gruppo, anche lei in camice bianco che si prodiga ad asciugare il sudore dei danzatori.

Questa danza tribale “trasportata” nel mondo urbano viene a mancare di tribalità in quanto i membri della tribù sono abbigliati da comuni cittadini perciò le loro origini di appartenenza alla comunità Bisa non sono rintracciabili e questo comporta l’annullamento delle rivalità etniche e la messa in relazione di gruppi diversi in questo contesto urbano laddove invece in ambiente rurale ciò non è possibile a causa della tendenza a classificare le persone a seconda della tribù di appartenenza. Altro elemento che è possibile mettere in evidenza è l’abbigliamento, decisamente ispirato dal contatto con gli europei. Inoltre questo spostamento del punto di focalizzazione dal mondo rurale alla città, ci fa assistere anche ad una transizione di ragionamento che va dal gruppo all’individuo. Ragionare per gruppi può rivelarsi rischioso poiché è l’individuo che ci conduce alle relazioni che sono parte costituente dell’antropologia. La Scuola di Manchester crede fortemente in questo e lo fa sottolineando una netta prevalenza per il concetto di rete. E proprio dallo studio dei centri urbani sviluppatesi in Africa in epoca coloniale che nasce e si diffonde la network analysis. Come spiega Hannerz14, non possiamo definire la rete in modo univoco in quanto ruoli differenti possono combinarsi in diversi modi, tuttavia la network analysis permette di ricostruire in modo coerente una struttura sociale differenziata.

Il ragionamento per reti porta alla nascita di nuovi concetti come quello di campo sociale, una spazio limitato che viene ritagliato da un infinito tessuto di relazioni e di cui si studia la formazione e gli effetti15.

Per riassumere la Scuola di Manchester ruota intorno allo studio di casi e all’analisi situazionale. Hannerz nella sua presentazione di questo filone di studi individua due tendenze nell’utilizzo degli studi di caso che possono costituire la giusta sintesi conclusiva.

Una di esse implica una messa a fuoco precisa di un singolo evento, chiaramente definito nel tempo e nello spazio. […] La metodologia consiste quindi nel trovare un caso che possa servire da strumento didattico e a illuminare in modo particolarmente efficace i diversi elementi che compongono un ordine sociale complesso e normalmente piuttosto opaco. […] L’altra tendenza è forse più radicale nelle sue implicazioni teoriche, in quanto comporta, più o meno chiaramente, una visione processuale piuttosto che morfologica delle relazioni sociali. Si tratta di uno studio di caso “esteso”, che comprende una serie di avvenimenti osservati lungo un certo periodo di tempo e non necessariamente avvenuti tutti nello stesso luogo fisico. Il ricercatore, prendendo atto che l’insieme di tali eventi costituisce una storia, li astrae singolarmente dal flusso senza fine della vita. Si può allora comprendere come un insieme di relazioni sociali venga modellato dall’effetto cumulativo di diversi avvenimenti e come i soggetti si muovono in una società in cui le regole di condotta sono parzialmente ambigue e conflittuali16.

Erving Goffman e la messa in scena della città

Il prossimo studioso della città di cui voglio trattare entra più nello specifico nell’analisi comportamentale dell’individuo. Si tratta di Erving Goffman e della sua interpretazione metaforica della città come teatro. Goffman è un sociologo e la sua opera più rappresentativa è La vita quotidiana come rappresentazione17.

Un approccio teatrale alla vita sociale presuppone la presenza di una ribalta e di un retroscena; sulla ribalta l’individuo mette in scena una serie di attività che seguono determinate norme nell’interagire con il pubblico, nel retroscena l’attore può abbandonare la sua facciata cioè «l’equipaggiamento espressivo di tipo standardizzato che l’individuo impiega intenzionalmente o involontariamente durante la propria rappresentazione18» e uscire dal suo ruolo. In generale il comportamento da retroscena è quello che permette atti secondari che facilmente possono essere presi come segno di intimità e mancanza di rispetto nei confronti degli altri presenti e del territorio, mentre il comportamento da ribalta è quello che non permette atti potenzialmente offensivi. Si può osservare che il comportamento da retroscena possiede quello che gli psicologi potrebbero chiamare un carattere «regressivo». Resta da stabilire naturalmente, se il retroscena dà agli individui la possibilità di regredire o se la regressione – in senso clinico – è un comportamento da retroscena adottato in occasioni inappropriate per motivi socialmente disapprovati19.

È importante sottolineare che la messa in scena può presupporre una possibile manipolazione della facciata e l’ambientazione può cambiare in base alla situazione da rappresentare, in questo modo è messo in atto un controllo delle impressioni. Sul palco si vedrà soltanto ciò che si è deciso di far vedere. Ma come avviene queste controllo sulle impressioni? Per prima cosa gli attori di una compagnia non devono mai tradire la linea d’azione concordata; secondariamente è necessaria una disciplina drammaturgica, un attore deve conoscere la sua parte ed attenersi ad essa; infine è necessaria la circospezione drammaturgica, l’attore deve sapere quando è in scena e quando può invece rilassarsi20.

Se trasferiamo tutto questo nelle interazioni reali fra individui, è possibile affermare che non tutte le rappresentazioni costituiscono delle finzioni, se è vero che molte persone in base ai contesti decidono di proiettare una determinata immagine di sè, altre scelgono di essere loro stesse in qualsiasi situazione gli si presenti davanti.

La maggior parte delle nostre interazioni però avvengono come attività normate, dei veri e propri rituali quotidiani. Questo ci porta a dedurre che una persona non è poi così tanto libera di fare ciò che vuole nel relazionarsi nella società, anzi Goffman arriva addirittura ad associare la faccia sociale che noi utilizziamo per interporci agli altri, ad una cella carceraria, un qualcosa che la società ci ha prestato e che ci sarà tolta laddove smettiamo di meritarla. In pratica le qualità che vengono attribuite alla propria faccia rendono ogni uomo carceriere di se stesso.

Un continuo alternarsi tra ribalta e retroscena, recite giornaliere su di un palcoscenico dove l’attore è costretto a seguire un determinato copione e mostrarsi al suo pubblico sempre cordiale e decoroso. Per fortuna esiste anche un retroscena dove ci si può comportare con più scioltezza e libertà. Abbiamo davanti due mondi adiacenti, uno dove siamo completamente visibili a noi stessi, il secondo dove lo siamo verso il pubblico.

Ed in mezzo cosa ci sta?21 Esiste un’immagine che viene proiettata visibile a chiunque, un’altra più nascosta dove sicuramente serve una conoscenza più profonda dell’altro e una zona di mezzo, una specie di limbo, luogo in cui l’individuo prende la decisione su che cosa proiettare sotto le luci della ribalta e come comportarsi nel retroscena. Quindi seppur un individuo è così perspicace fino a raggiungere il retroscena, è necessario ricordarsi che quello è solo un momento catturato durante un incontro in un determinato luogo e che spostandoci potrebbe facilmente mutare. Il nostro lato privato così come quello pubblico si sposta con noi ed emana la sua immagine in base al luogo in cui ci troviamo.

Con Goffman chiudo la trattazione su quelli che vengano considerati i pilastri della ricerca urbana, conoscenze indispensabili per chi pratica la ricerca sul campo o anche per chi semplicemente entra a contatto per la prima volta con l’antropologia urbana. Nel paragrafo successivo entreremo invece in contatto con la realtà italiana cercando di individuare chi, dove e come fa antropologia urbana nel nostro paese.

Antropologia urbana in Italia. Alcune esperienze di ricerca sul campo

A prima vista può sembrare che gli Stati Uniti siano i più attivi nel produrre lavori di antropologia, ma è veramente così? Il sapere che viaggia è soprattutto quello in lingua inglese e «l’attività intellettuale non pubblicata in inglese sembra sparire dietro un vetro opaco, e diventare sempre più ininfluente22». Può capitare che un’opera venga considerata più importante rispetto ad un’altra soltanto perché più accessibile inoltre c’è anche da considerare il fatto che uno scritto di antropologia urbana difficilmente varca il confine dei cosiddetti “addetti ai lavori”.

Fortunatamente nonostante la poca diffusione all’estero, esiste una vivace produzione antropologica italiana Due opere su tutte desidero mettere in evidenza: Lo Zen di Palermo23 di Ferdinando Fava e Il rione incompiuto24 a cura di Federico Scarpelli. La prima come è già possibile dedurre dal titolo, è una ricerca sul quartiere Zen di Palermo e a detta dello stesso autore «questa è una rappresentazione di voci, dialoghi ed eventi la cui orchestrazione prende forma dalle mie scelte25». Attraverso l’antropologia dell’ascolto, Fava ci consegna il suo Zen dove si cerca e si vuole andare oltre alla rappresentazione mediatica e alla percezione collettiva di questo quartiere, dove i residenti raccontano la loro storia e le loro preoccupazioni come individui.

La sfida sta nella possibilità di comprendere la modalità di stabilire legami attraverso delle categorie interpretative che dicano la singolarità di questi processi di comunicazione attraverso cui i soggetti interagiscono in questo spazio condiviso, e le modalità di costruire le proprie identità in un contesto così stigmatizzato. […] L’indagine considera un quartiere, ma non è uno studio di comunità: non si tratta di descrivere o scoprire le condizioni di vita dei suoi abitanti e di restituire al mondo esterno un quadro di una popolazione considerata già marginale. La ricerca è centrata sugli scambi face to face: non intende però fare una teoria delle interazioni, ma reinvestire alcuni elementi della sociologia goffmaniana, la nozione teatrale di messa in scena, di decoro, nel qui ed ora, assumendo la situazione d’incontro come luogo di costruzione delle conoscenze26.

La seconda opera di cui voglio parlare, Il rione incompiuto, è un lavoro d’ équipe che ha come oggetto di studio il rione Esquilino di Roma un volume che è stato molto valido nell’aiutarmi a individuare le linee guida del mio lavoro. Coloro che hanno preso parte a questa ricerca sono membri dell’associazione Anthropolis, costituitasi nel 2006 e che si occupa di ricerca urbana. Questo lavoro ha ricevuto anche un finanziamento da parte del Comune di Roma in quanto il progetto è stato annoverato tra gli strumenti utili per la conoscenza e pianificazione dello spazio urbano. In questo caso sembra che il sapere accademico varchi i suoi cancelli accolto da un’istituzione che si accorge del sapere antropologico, ma è veramente così? Ho chiesto a Federico Scarpelli se e in quale misura il loro lavoro si era tradotto in azioni concrete sul territorio e questa è la sua risposta:

La sua è una una domanda difficile. Ad esempio, la ricerca sull’ Esquilino ci è stata finanziata con sindaco Veltroni (non che lui ne sapesse direttamente qualcosa), ma prima che finissimo la ricerca sul campo era subentrato Alemanno (anche lui senza accorgersi di noi, credo). Sotto quest’ultimo – ma non a partire dalla sua Giunta – ci è stata poi commissionata la ricerca su Trastevere, che pubblicheremo sotto Marino. I tempi dell’antropologia sono un po’ lunghi, rispetto a quelli delle amministrazioni. Al di là di questo, il Comune di Roma è un organismo molto complicato, dove spesso, e anche comprensibilmente, la mano destra può non sapere cosa fa la sinistra. I nostri rapporti sono andati avanti più che altro con singole persone, o all’interno degli uffici ai quali abbiamo presentato i nostri progetti, o persone conosciute nello stesso svolgimento delle ricerche. Oltre ai libri, abbiamo presentato, in entrambi i casi, dei report molto più schematici. La nostra speranza era di essere utilizzabili. Ma fin qui, di ricadute pratiche ce ne sono state poche. Qualcuno ci ha detto che il nostro report sull’Esquilino sia stato preso in considerazione da alcuni componenti del Primo Municipio, al momento di elaborare il piano per il commercio, ma io sinceramente non vedo connessioni dirette fra quello che diciamo noi e il piano. Il report su Trastevere interessava molto alcune persone del Dipartimento Cultura, ma poi sono andate via nel periodo Alemanno.

In generale, credo che ci sia stata, da parte di qualcuno, curiosità ed interessamento per il nostro lavoro, ma tradurre l’antropologia in amministrazione richiede un lavoro ulteriore, dopo la ricerca. […] Nel caso dell’Esquilino, che pure era sulle prime pagine dei giornali in quel periodo, i media e i livelli più alti dell’amministrazione non si accorsero molto di noi. Tenga conto che c’erano molte realtà che lavoravano su quel quartiere, dalla Caritas ai sociologi etc, con maggiore capacità di visibilità. Questa posizione poco esposta ci ha permesso di lavorare più tranquilli, ma in sé non era un bene. Si accorsero bene del nostro lavoro, invece, i gruppi più attivi sul territorio. Gli unici ad aver protestato contro gli esiti del nostro lavoro, sono stati due che operavano in associazioni di quartiere. Neanche a farlo apposta, un attivista di sinistra che sosteneva che nel rione tutto andasse alla perfezione e tutti fossero contenti, salvo una decina di esaltati. E un attivista di destra che sosteneva che ci fosse poco da discutere sull’emergenza e il degrado, che erano oggettivi. Parecchi altri, per fortuna, trovarono che il resoconto fosse attendibile. Per concludere, consegnammo al comune, entrambe le volte, un contenuto conoscitivo e non operativo. Per ora, a Roma non è ancora stato possibile passare dall’uno all’altro piano27.

Nella risposta di Scarpelli si fa riferimento anche a Trastevere, in effetti questo lavoro sulla città di Roma sta avendo una continuità e può essere considerato un laboratorio in attività costante che produce conoscenza sulla città28.

Lo Zen di Palermo e Il rione incompiuto sono stati la mia porta d’accesso all’antropologia urbana, non è l’unica possibile, però è quella che più ha influenzato il mio personale percorso a Reggio Calabria, dove ho cercato di andare oltre alle immagini stigmatizzanti del comune sciolto per contiguità mafiosa, dei cittadini omertosi, del sottosviluppo economico e sociale.

Come esplorare la città

Una delle domande che ci si pone nell’avviare uno studio sulla città è quali sono le voci da considerare e quelle da scartare. La risposta la prenderei sicuramente da Kevin Lynch, il quale sosteneva che «il punto di partenza è sempre soggettivo29». Una scelta non è mai casuale, c’è sempre un percorso interiore del ricercatore che porta verso un determinato luogo piuttosto che in un altro.

Una volta arrivati in città l’impatto con le voci è inevitabile, molte persone a vario titolo hanno già fatto di quel campo il loro, l’architetto, il geografo, il sociologo, l’urbanista. Tutti con gli strumenti che la loro disciplina gli ha messo a disposizione hanno scoperchiato la città. L’antropologo urbano è interessato a tutti questi saperi che messi insieme al suo lavoro saranno in grado di fornire una visione, la più completa possibile, dello spazio urbano, «un aspetto del lavoro dell’antropologo urbano consiste nel mettere a confronto e far parlare insieme diverse rappresentazioni ed interpretazioni degli spazi urbani, per poi confrontarle con le pratiche caratteristiche degli stessi spazi30».

Ovviamente anche l’urbanista piuttosto che il geografo o il sociologo possono decidere d’instaurare un rapporto con la popolazione locale affinché i propri lavori non facciano trasparire solo freddi dati ma anche il tentativo di ascoltare i bisogni delle persone. Tuttavia quante di queste voci verranno realmente ascoltate dagli addetti ai lavori? Al contrario, per l’antropologo le voci sono il fulcro del suo sapere poiché «quando andremo in un posto, non avremmo modo di conoscere concretamente le cose di cui ci occuperemo, se non basandoci sul sapere altrui. È questo che, dal nostro punto di vista, ha importanza31».

L’incontro antropologico, come già affermato in precedenza, è alla base del nostro lavoro. Osservazione partecipante, intervista etnografica, storie di vita sono i principali strumenti utilizzati per chi fa esperienza sul campo, in che misura ognuno di essi viene effettivamente adoperato è un fattore totalmente soggettivo.

Su quanto debba durare una ricerca antropologica non vige una regola ed a mio parere non è nemmeno una delle questioni principali poiché un ricercatore con una breve permanenza può essere in grado di raccogliere più materiale rispetto ad uno che vi ha trascorso più tempo per non parlare del maggiore grado di coinvolgimento che si acquisisce con una tempistica maggiore. Per quanto sia possibile discutere varie metodologie di ricerca sul campo, un manuale del perfetto antropologo non esiste e laddove ci fosse sarebbe anche un limite, una barriera in entrata a questo lavoro. Dalla mia esperienza sul campo ho capito che il mio obiettivo era dare voce ad una città in movimento, che in parte vuole cambiare, che ha tante storie di vita nascoste nei cassetti della memoria.

L’esplorazione della città in sintesi, a prescindere dal metodo scelto, è una selezione soggettiva di voci che hanno catturato l’attenzione dell’antropologo. Io stessa non mi sono prefissata delle regole, ho semplicemente incontrato delle persone e raccolto il loro sapere. Non ho colto un quartiere od un rione, ho fatto parlare la città senza inizialmente pormi il problema della provenienza di chi mi parlava. Ogni interlocutore ha una sua provenienza specifica ma io ho dato la precedenza all’immagine della città tenendo sempre a mente l’insegnamento di Lynch, il quale afferma che «non è possibile ricavare conclusioni utili da uno studio che consideri solamente ciò che si vede, ma neppure da uno che consideri solamente il modo in cui le persone lo vedono32».

Continua alla prossima puntata…

13 Per approfondire Mitchell, J.C., 1956, The Kalela Dance, Rhodes Livingstone Papers, n. 27, Manchester, Manchester University Press.

14 Per approfondire il concetto di network analysis vedi Hannerz, U., 1992, Esplorare la città. Antropologia della vita urbana, Bologna, Il Mulino, Cap. V, Ragionare per reti p. 297-348.

15 «Si sono fatti allora strada concetti come quello di campo sociale, che consiste nel ritagliare, da un tessuto praticamente infinito di relazioni, un insieme di queste particolare e limitato, di cui sia possibile individuare la formazione e gli effetti». Hannerz, op. cit., p.309.

16 Hannerz, op. cit., p. 253-254.

17 Goffman, E., 1959, The Presentation of Self in Everiday Life, Garden City, N.Y, Double-Day/Anchor Books, trad. it. 1969, La vita quotidiana come rappresentazione, Bologna, Il Mulino.

18 op. cit., p.33.

19 op. cit., p.149.

20 Per approfondire vedi Hannerz, op. cit., Cap. VI La città come teatro: i racconti di Goffman, p. 358.

21 Questa domanda introduce la mia riflessione personale su Goffman e il tentativo di dare una risposta vuole essere una sintesi degli stimoli che ho ricevuto da questo approccio teatrale alla città.

22 Scarpelli., F., 2013, Sopravvivere in mondi inospitali, articolo scaricabile dal sito www.fareantropologia.it/sitoweb/index.php?option=com_docman&task=doc_download&gid=291&Itemid=53 .

23 Fava, F., 2007, Lo Zen di Palermo. Antropologia dell’esclusione, Milano, Franco Angeli.

24 Scarpelli, F., 2009, Il rione incompiuto, Roma, Cisu.

25 Fava, F., 2007, Lo Zen di Palermo. Antropologia dell’esclusione, Milano, Franco Angeli, p.16.

26 op. cit., p. 74-75.

27 Comunicazione personale via mail.

28 Altre esperienze interessanti di città come laboratorio di ricerca si possono incontrare a Torino www.avventuraurbana.it e Bologna www.mappe-urbane.org.

29 Lynch, K., 1964, L’immagine della città, Venezia, Marsilio, p.133.

30 Giglia, A., Studiare la città. Dalle interpretazioni alle pratiche in Scarpelli, F., Romano, A. (a cura di) 2011, Voci della città. L’interpretazione dei territori urbani, Roma, Carocci Editore, p.75.

31 op. cit., Cap.5 Place-telling. L’antropologia delle voci e i territori, p.109.

32 Lynch, K., op. cit., p. 22.

UNO SGUARDO ANTROPOLOGICO SU REGGIO CALABRIA. PATRIMONIO DI VOCI A TUTELA DEL MOSAICO IMPERFETTO – 1^PUNTATA

In questi giorni vi ho consigliato qualche libro da leggere, qualcuno l’ho letto durante il mio percorso universitario, qualcun altro per la preparazione della tesi o prima di partire per un viaggio…i libri ci accompagnano in ogni fase della nostra vita e poi arriva il giorno in cui sei tu che inizi a scrivere un libro, no per una casa editrice ma per sancire il tuo percorso di crescita, la tua tesi di laurea. Essendo strettamente connessa con la nascita del blog, spazio instagram, chiamiamolo come si vuole…ho deciso di proporla a puntate su Calabria Semplice, così per farti conoscere meglio e da un altro punto di vista Reggio Calabria, la mia città d’adozione che amo profondamente.

Per cui inizieremo questo viaggio a puntate in cui vi proporrò alcuni parti del mio lavoro, dando il mio piccolissimo contributo in un momento dove vi invito ad impiegare un po’ di questo tempo ritrovato per leggere…

Un ultima premessa, laddove vorreste utilizzare alcune parti del mio lavoro ne sarò felice ma ricordatevi sempre di citare le fonti. Sarà comunque mia premura fornire una completa bibliografia e webgrafia per chi volesse approfondire questi argomenti.

Buon viaggio e buona lettura

P_20180106_150322_vHDR_Auto_1

UNO SGUARDO ANTROPOLOGICO SU REGGIO CALABRIA.

PATRIMONIO DI VOCI A TUTELA DEL MOSAICO IMPERFETTO

Tesi di laurea di: Lucia Bartucca

Introduzione

Prima di iniziare questo lavoro non ero mai stata a Reggio Calabria e sicuramente questo è uno dei principali motivi per cui l’ho scelta. L’essere estranea a questo luogo mi ha permesso di osservarlo dall’interno ma sempre con il giusto distacco in quanto non avevo memorie o ricordi che questa città poteva in me risvegliare e di conseguenza influenzare la mia ricerca.

La mia porta d’accesso alla città, la mia primaria fonte d’informazione sono state le persone, le loro storie. Tuttavia prima della mia partenza per Reggio Calabria c’è stato un grande lavoro di studio teorico sull’antropologia urbana e questo percorso occupa il primo capitolo della mia tesi dal titolo “Introduzione alla ricerca urbana: le scienze sociali e lo studio della città” dove si parla della Scuola di Chicago attraverso due dei suoi principali esponenti Robert E. Park e Louis Wirth, degli studi del Rhodes Livingstone Institute, della città teatro di Goffman e per concludere alcuni esempi dell’esperienza italiana sullo studio delle città. Nel secondo capitolo “Reggio Calabria: un approccio multidisciplinare sulla città” cerco invece di delineare un’immagine della città che spazia dalla storia alla geografia, dall’urbanistica all’economia e che mi ha permesso di approfondire diversi elementi che influenzano la vita della città tra voci della cultura amministrativa e di altri settori. Il terzo capitolo “Il luogo e il suo racconto. Costruire patrimonio attraverso le voci” è quello dedicato al luogo e al suo racconto «dove una qualsiasi porzione dello spazio […] diventa un luogo vero e proprio se acquista un’identità per le persone e diventa un riferimento e un contenitore significativo delle loro pratiche di vita. Quando la gente che ci vive o lo frequenta sviluppa quello che qualche volta viene chiamato senso del luogo […]1».

«Ogni persona ha una mappa mentale che collega la memoria di episodi vissuti a dei luoghi precisi: i luoghi delle emozioni, delle avventure indimenticate, i luoghi dei primi incontri amorosi, delle vittorie sportive, delle sconfitte, dei successi. Ogni luogo ha un odore, emana il senso sconvolgente del ricordo anche dopo anni e anni2». Un particolare luogo può generare un’emozione o una storia, come succede ad Alessandra, giovane donna reggina, quando le chiedo di parlarmi del quartiere dove è nata e cresciuta.

ALESSANDRA: Il mio quartiere è la città, ha da un lato la montagna, dall’altro il mare, quindi immerso nella natura. Sicuramente però è cambiato. Parecchi amici sono andati via, chi per lavoro, chi per un futuro migliore, chi per un cambio di vita radicale. Adesso come è giusto che sia c’è la nuova generazione ed io ho avuto la fortuna di crescere in un quartiere circondato da università e quindi pieno di giovani che spero possano far crescere in meglio la città.

A seconda di chi sia il mio interlocutore, la mappa della città si modifica in quanto lo stesso luogo avrà un senso diverso da una persona all’altra anche se il paragone tra passato e presente non manca quasi mai.

A chi leggerà questo mio lavoro voglio dire che questo è il mio personale tentativo nel cercare di apprendere l’approccio antropologico nello studio della città su cui ho ancora molto da imparare. Le mie scelte personali hanno scaturito questa immagine di Reggio Calabria e per quanto come ricercatrice abbia cercato di comprendere le mappe mentali dei miei interlocutori, al termine del mio lavoro mi sono accorta di avere costruito una mia mappa mentale prendendo delle strade piuttosto che altre.

1 Scarpelli, F. introduzione in Scarpelli, F. (a cura di), 2009, Il rione incompiuto, Roma, Cisu, p.42.
2 Turri, E., 1998, Il paesaggio come teatro. Dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Venezia, Marsilio, p. 152.

CAPITOLO 1

INTRODUZIONE ALLA RICERCA URBANA: LE SCIENZE SOCIALI E LO STUDIO DELLA CITTA’

Robert Ezra Park: investigare il comportamento umano in ambiente urbano

La ricerca urbana deve l’inizio della sua popolarità alla Scuola di Chicago. Infatti è dalla città che si affaccia sul lago Michigan che a inizio ‘900 nascono le prime riflessioni sociali su questo argomento e grazie al lavoro di diversi sociologi dell’Università di Chicago, tra il 1915 e il 1930 furono prodotte un gran numero di etnografie.

Uno dei maggiori esponenti della Scuola di Chicago è Robert Ezra Park, il quale, prima d’incominciare i suoi studi urbani presso l’Università di Chicago, aveva già una pluriennale esperienza in campo giornalistico. Tuttavia il giornalismo non lo soddisfa appieno perciò decide inizialmente d’iscriversi ad Harward per studiare filosofia e successivamente di proseguire i suoi studi in Germania dove consegue il dottorato con una dissertazione sul comportamento collettivo. Tornato in America, mette da parte il mondo accademico per dedicarsi al ruolo di agente pubblicitario dell’Associazione per la riforma del Congo e per occuparsi delle relazioni razziali sul territorio americano. È grazie a quest’ultimo impegno che durante un convegno internazionale sul problema razziale, Park incontra Thomas1 fondatore del Dipartimento di Sociologia e Antropologia dell’Università di Chicago, il quale lo invita a lavorare con lui.

Dal punto di vista di Park, la città non deve essere guardata come un mero insieme di persone e comportamenti sociali ma come un’istituzione: «the point is that an institution is a section of corporate human nature plus the machinery and the instrumentalities through which that human nature operates2». Da questo concetto d’istituzione è possibile pensare la città come the place and the people, with all the machinery, sentiments, customs, and administrative devices that go with it, public opinion and street railways, the individual man and the tools that he uses, as something more than a mere collective entity. We may think of it as a mechanism – a psychophysical mechanism – in and through which private and political interests find corporate expression. Much of what we ordinarily regard as the city – its charters, formal organization, buildings, street railways, and so forth – is, or seems to be, mere artifact. However, it is only when and in so far as these things, through use and wont, connect themselves, like a tool in the hand of a man, with the vital forces resident in individuals and in the community that they assume the institutional form. As the whole the city is a growth. It is the undesigned product of the labors of successive generations of men3.

La città possiede un’organizzazione sia morale che fisica e queste due interagiscono tra loro modificandosi l’una con l’altra. Normalmente si viene impressionati dalla struttura di una città poiché rappresenta qualcosa di più facilmente visibile, tuttavia ciò che noi siamo in grado di vedere trae le sue basi dalla natura umana di cui la città è espressione. La città perciò è determinata dalla natura umana ma anche dallo urban plan ovvero dal piano urbano che detta le linee guida sia al pubblico che al privato in materia di pianificazione. La geografia fisica del territorio e le infrastrutture che lo attraversano contribuiscono a determinare in anticipo quel che sarà uno urban plan più definitivo, mentre la distribuzione della popolazione tende ad essere controllata dall’andamento dell’economia. Gli abitanti della città trasmetteranno le proprie qualità umane al loro quartiere di appartenenza e in questo caso, l’entità spaziale che più ci aiuterà ad analizzare questo fenomeno è il vicinato ossia «a locality with sentiments, traditions, and a history of its own4». I contatti di vicinato e prossimità costituiscono la forma più semplice ed elementare nell’organizzazione della vita di città. Il vicinato esiste senza una formale istituzione e Park ritiene debba essere studiato per ciò che in generale può rilevare sul comportamento umano e la natura umana. Altro elemento per l’analisi che introduce Park è quello delle vocational classes and vocational types. La città da sempre è vista come il luogo in cui le persone hanno la possibilità di scegliere la propria vocazione e di sviluppare i propri talenti individuali, dove la competizione personale tende a selezionare per ogni compito speciale l’individuo migliore per svolgerlo.

La competizione, la preparazione a svolgere una mansione presso le scuole professionali e successivamente sul luogo di lavoro sono elementi che oltre ad avere una funzione selettiva, enfatizzano le differenze individuali. Tutto questo porta a rompere o modificare (a seconda dei casi) la vecchia organizzazione della società che era basata sui legami familiari e le associazioni locali (culturali, di classe, ecc.).

In città, ogni attitudine, anche quella a mendicare, tende ad assumere il carattere di una professione. L’effetto del seguire le proprie vocazioni e della divisione del lavoro è quello di produrre non dei gruppi sociali ma dei tipi vocazionali. Questo porta alla nascita, per esempio, di organizzazioni di lavoratori formate da persone che svolgono la stessa occupazione. Questa forma di associazione differisce dal vicinato che si basa invece sulla contiguità e sui legami di solidarietà.

Quello che la città moderna va a modificare non tocca solo la sfera più personale dell’individuo, anche la dimensione spaziale è attraversata da profondi cambiamenti. I moderni mezzi di trasporto e comunicazione – la ferrovia elettrica, l’automobile e il telefono – hanno cambiato rapidamente l’organizzazione sociale e industriale della città odierna. Mutamenti in campo industriale da cui ne deriva una differenziazione nella distribuzione della popolazione e un influenza diretta su abitudini, sentimenti e il carattere della società urbana.

Park arriva ad affermare che tutte queste trasformazioni della città moderna hanno indotto le persone a vivere come in una grande albergo, dove ci s’incontra ma non si conosce niente l’uno dell’altro. Le relazioni poco profonde tra le persone inducono a determinare lo status di un individuo non attraverso la sua conoscenza diretta ma piuttosto tramite un’analisi superficiale del suo stile e del suo atteggiamento. Una città che sviluppa sempre più il processo di segregazione e che induce perciò ad osservarla come un mosaico di piccoli mondi che si toccano ma che non si fondono.

Questi fin qui delineati sono alcuni degli input che Park ci consegna per lo studio in ambito urbano, in sintesi «the city shows the good and evil in human nature in excess. It is the fact, perhaps, more than any other which justifies the view that would make of the city a laboraratory or clinic in which human nature and social processes may be most conveniently and profitably studied5». Il laboratorio che io ho scelto è Reggio Calabria, la cui forma e immagine è analizzata non solo prendendo in considerazione la struttura fisica ma anche i processi sociali che avvengono al suo interno in modo tale da dare un significato ad ogni piccolo mondo che farà parte del mio mosaico.

Continua alla prossima puntata…

1 Fondatore del Dipartimento di Sociologia e Antropologia presso l’Università di Chicago, fu uno dei primi a comprendere l’importanza del punto di vista delle persone all’interno di un contessto e per raggiungere tale scopo si fece promotore dell’uso di documenti come diari personali e storie di vita. Tra le sue opere più importanti ricordiamo Il contadino polacco in Europa e in America, 1968, Milano, Edizioni di Comunità.
2 Park, R. E., 1915, The City: suggestions for the investigation of human behavior in the city environment, The American Journal of Sociology, Volume XX, Number 5, Chicago, University of Chicago, p. 577.
3 op. cit., p.577-578.
4 op. cit., p.579.
5 op. cit., p.612.

Scrivimi…

C’era una volta una famiglia che trepidante aspettava notizie dal figlio al fronte, una giovane donna il suo amato di rientro dalla leva, una moglie sentiva la mancanza del marito emigrato in Svizzera, una ragazza scriveva alla sorella trasferita a Milano.

Impugnare una penna e scrivere serviva a tenere unite le famiglie, si scriveva ovunque: cartoline, pezzetti di carta trovati qua e là…e se oltre alla lettera dentro ci trovavi anche una foto lì il cuore sarebbe scoppiato sicuramente di gioia.

IMG-20200316-WA0039

 

IMG-20200316-WA0049

Cartoline che Antonino inviava a Francesca (nonni del mio amico Francesco)

Oggi ci si videochiama, siamo sempre connessi eppure non abbiamo più lo stesso trasporto di quando si riceveva una lettera, un biglietto…pensiamo a tornare alla normalità quando normale non è non saper mettere insieme poche parole per esprimere quello che ci passa per la testa. Si parla per post, la persona è un papabile like che si cerca d’intercettare con frasi spot…troppo difficile mettersi alla finestra ed aspettare il rientro di qualcuno o scrivere per accorciare le distanze…

Capire perché 60 anni fa una cartolina a colori ti facesse brillare gli occhi rimarrà un mistero per noi ubriachi di stimoli da modernità… al momento mi accontento che la mia amica non mi faccia mancare per Pasqua uno dei suoi meravigliosi biglietti fatti a mano, per fortuna ci sono relazioni umane dove si apre prima il biglietto piuttosto che il pacchetto…

P_20200320_174413_vHDR_Auto_1

Zia che scriveva a mia mamma e che mi raccomandava di “fare la brava”

 

P_20200321_172434_vHDR_Auto

Gli splendidi biglietti fatti a mano della mia amica Alessandra

Reggio Calabria, la città che profuma di bergamotto. Storie e virtù di un frutto magico…

Chiunque decida di intraprendere un viaggio conoscitivo a Reggio Calabria il suo percorso sarà destinato ad intrecciarsi con il bergamotto. Ma che cos’è il bergamotto?

Il bergamotto è un agrume di colore giallo e la sua coltura è localizzata in provincia di Reggio Calabria nella fascia costiera che va da Villa S. Giovanni a Gioiosa Ionica. Non sforzatevi nel tentativo di piantarlo altrove, ci hanno provato in molti ma con scarsi risultati, il bergamotto è felicemente accasato per l’eternità nella fascia costiera reggina. Esso fruttifica tra novembre e marzo e ne esistono di tre varietà denominate Femminello, Castagnaro e Fantastico. 

Il periodo in cui ha inizio l’estrazione dell’essenza del bergamotto è attestato intorno alla metà del XVII secolo. Per molto tempo l’estrazione viene effettuata tramite il processo manuale “a spugna” che consiste nel tagliare i frutti a metà, toglierne la polpa e comprimere con movimento rotatorio la scorza contro una spugna naturale in modo da farne uscire l’essenza.

Nel 1840 Nicola Barillà introduce il primo sistema meccanico di estrazione dell’olio di bergamotto ma è nel 1844 che mette a punto quella che prende il nome di “macchina calabrese” il cui sistema di estrazione si basa sull’abrasione della superficie del frutto.

Macchina_calabrese
Macchina Calabrese – Immagine dal web

Oggi questo processo avviene tramite moderni macchinari dotati di grattugie d’acciaio.

Fotografie realizzate presso l’azienda Capua 1880 in Loc. San Gregorio, Reggio Calabria durante i lavori di stesura della mia tesi di laurea

Le ipotesi sulle origini di questo agrume sono molte, c’è chi afferma l’abbia introdotto in Europa Cristoforo Colombo di ritorno da uno dei suoi viaggi e chi gli attribuisce provenienza turca dove esiste una varietà di pera denominata bergamotta. L’ipotesi più accreditata resta quella che il bergamotto deriva da una mutazione spontanea di un altro agrume e che ben si è adattato al microclima reggino.

Per quanto concerne il suo utilizzo, l’essenza di bergamotto è adoperata soprattutto dall’industria profumiera, in primis quella francese che ne è la maggiore importatrice. Il bergamotto è impiegato con successo anche in gastronomia come aroma naturale nella produzione di dolci, liquori, the e bibite e come principio attivo nel settore farmaceutico. Tuttavia è da rimarcare anche la presenza di botteghe attive nella realizzazione di manufatti artigianali con le bucce del bergamotto.

Un frutto prezioso, dalle grandi potenzialità economiche che nel 1999 ha visto riconoscersi anche la DOP (Denominazione Origine Protetta).

LEGGI ANCHE Il Maestro ed il bergamotto: incontro con Angelo Musolino

Bibliografia:
Amato, P., 2004, Storia del bergamotto, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni;
Spanti, S., 2013, Bergamotto. Una miniera d’oro verde, Roma, Asterisk Edizioni Media,
Consorzio del Bergamotto, 2002, Il bergamotto di Reggio Calabria, Reggio Calabria, Laruffa Editore.