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Tempo di Pasqua tra ricordi e memoria…

Che si sia più o meno credenti, Pasqua resta uno dei periodi migliori per conoscere i borghi calabresi, tempo in cui tradizioni che si tramandano da sempre sono ancora più visibili e facilmente rintracciabili anche dall’occhio curioso del turista…

I miei ricordi della Pasqua s’intrecciano con quelli del mio Paese, Filadelfia, dove la resurrezione di Gesù viene messa in scena come se fosse un opera teatrale comunemente conosciuta con il nome di Cunfrunta. Le statue di Maria Maddalena, Maria Addolorata e San Giovanni sono portate a processione nell’attesa dell’abbraccio tra Maria e il figlio risorto, ed è proprio in questo momento che la Madonna si libera del mantello nero e le campane iniziano a suonare a festa.

Questa tradizione è diffusa in vari piccoli centri della Calabria e può cambiare nome a seconda della località: Affruntata, Sbelata e la già citata Cunfrunta

 

Un altro ricordo della mia Pasqua è di tipo gastronomico e prende il nome di Cuzzupa. La preparazione del pane di casa durante la settimana pasquale si arricchiva di questa preparazione, un ciambella con le uova soda incastonate al suo interno. Tutti aspettavano che uscisse dal forno e poi si divideva tra tutto il vicinato…

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Fa quasi tenerezza pensare a tutto questo oggi dove la maggior parte delle persone sono impegnate nel spedire messaggi con il cellulare piuttosto che condividere quello che si ha con tutti…però la tradizione resistono e siamo noi giovani che dobbiamo portarle avanti comprenderle, perché non sono solo delle semplici feste, sono le nostre radici, sono quel cemento armato che tiene insieme la comunità…

E tra presente e nostalgia auguro a tutti una buona Settimana Santa e vi do appuntamento alla prossima storia…

Un libro per riflettere su “Quel che resta…”

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Ci sono libri che più di altri ti spingono alla riflessione, non solo perché ti ritrovi tra le righe che stai leggendo e ti senti capito ma anche perché sei costretto ad un certo punto a fare i conti con te stesso. Il libro che mi ha indotto a cominciare questo percorso di riflessione è “Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni.” di Vito Teti. La storia a volte da sola non basta a decifrare un contesto, a capire il comportamento umano in quel determinato luogo, abbiamo quindi bisogno di storie più circoscritte. A me personalmente ha sempre appassionato l’idea del luogo inteso come un mosaico, tanti piccoli pezzi ognuno indispensabile per vedere con chiarezza l’immagine finale, tante voci per un unico coro che per essere ben diretto ha bisogno di una guida in questo caso l’antropologo che ritroviamo nella figura di Vito Teti.

Il libro si suddivide in tre parti: Schegge, Vuoti, Ombre.

Schegge. Sono le rovine e le macerie che restano nei luoghi e li ridefiniscono dopo le catastrofi naturali, la battaglia perduta della produzione di artefatti e edifici contro natura, ma anche la guerra, la violenza terroristica, la speculazione e l’abuso edilizio.

Vuoti. Sono i luoghi dopo l’abbandono, la fuga, l’emigrazione, la chiusura del paese.

Ombre. Sono tracce insieme effimere e durature di uno sdoppiamento, di una separazione… La fine del paese come centro della vita e dell’identità di una civiltà intera e la rinascita di un paese doppio, nei nuovi luoghi dell’emigrazione…

Il libro è ricco di passaggi che inducono a riflettere uno tra tutti lo scambio di lettere con sorella Chiara (pp 282-283) dove ci si sofferma sulla molteplicità di sentimenti che nascono dal verbo “Restare”. Ne scaturisce più volte un senso di paura, instabilità, spaesamento, che ovviamente troviamo insiti anche in chi emigra e tu lettore, osservatore della società ti chiedi perché una persona è più disposta a provare tutto questo in un paese straniero piuttosto che prendersi il “rischio” a casa propria…

Cresciamo a volte in famiglie che per quanto ci vogliano bene spesso ci mettono davanti alla “cruda realtà” dicendoci “qui non c’è futuro, te ne devi andare”. Dall’altro lato della medaglia ci sono poi quelli che restano, anche loro hanno paura ma invece di andar via decidono di lottare con l’instabilità. Sono quelli che prendendo ancora una volta in prestito le parole di sorella Chiara si sono messi in ascolto dell’anima di questa terra, che hanno trovato il senso del restare, che fanno battere la vita in questi luoghi…

La Calabria, inutile nascondersi solo dietro alla bellezza dei suoi paesaggi, ha grandi problemi che non voglio approfondire in questo contesto, ma dove possiamo trovare la forza di vivere questo luogo piuttosto che abbandonarlo e sostenere chi già lo sta facendo?

Vorrei chiudere questa mia breve riflessione con questa citazione (p.178), ne avrei potute scegliere tante altre da questo splendido libro, però queste parole vogliono essere un invito per noi tutti umili divulgatori che amano questa terra a continuare a raccontarla, farla conoscere, farla vivere da qualsiasi parte del mondo ci troviamo.

Un paese abbandonato non scompare del tutto fino a quando qualcuno ne pronuncia il nome, ne ricostruisce gli eventi, ne ripercorre la storia.

Buona lettura…

Vito Teti, Quel che resta. L’ Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni, 2017, Donzelli Editore

A toccare il cielo con un dito in cima al Castello Aragonese…

Stai passeggiando per la città ed all’improvviso davanti ai tuoi occhi un castello a rievocare in te la magia delle fiabe e per dirla come direbbe Ariosto “le dame, i cavallier, l’armi, gli amori…”.

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Il Castello di Reggio Calabria nonostante prenda il nome di “aragonese” ha origini ben più antiche, fonti storiche fissano un’ipotetica data di costruzione tra il 536 e il 549 per opera bizantina. Nel corso dei secoli il castello fu interessato a vari interventi di ampliamento soprattutto durante il dominio Aragonese, periodo in cui vennero erette le due torri merlate ancora oggi esistenti. Nel 1869 in seguito all’Unità d’Italia e con l’emanazione del nuovo piano regolatore ci fu chi ne propose l’abbattimento per dare spazio alla creazione di una grande piazza, ne seguì una parziale demolizione ed ulteriori danneggiamenti provocati dal devastante terremoto del 1908. Successivamente il Castello fu nuovamente vittima sacrificale dei piani urbanistici della città e fu soggetto ad ulteriori demolizioni per collegare Via Aschenez con Via Cimino.

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Tuttavia anche se gran parte della struttura originaria si è persa nei corsi dei secoli, il Castello Aragonese non è assolutamente da considerarsi un semplice monumento ubicato al centro di una piazza; dall’alto delle sue torri merlate è possibile godere ancora di una delle viste più belle e panoramiche sulla città, un luogo di passaggio di cittadini e turisti, una maestosità pacata ed elegante in mezzo al “disordine” urbanistico di questa città dove basta poco per toccare il cielo con un dito…

 

Una storia di quartiere: il mio incontro con San Gaetano Catanoso…

Da quando frequento la città di Reggio Calabria sono entrata in diverse chiese per motivi differenti, vuoi perché ero attratta dalla struttura, vuoi per la “fama” oppure semplicemente ero di passaggio e volevo conoscere un “pezzo” in più di questa città. Al Santuario di San Gaetano Catanoso ci arrivo per una mia scelta personale dopo averne sentito parlare da un caro amico del posto. Il Santuario si trova nel quartiere Spirito Santo di Reggio Calabria ed esternamente si presenta come un edificio dalle linee semplici dove nei pressi dell’entrata si colloca la statua di San Gaetano Catanoso come a voler ricordare che si sta entrando nella sua casa.

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Sono entrata anch’io nella casa di San Gaetano accompagnata da una gentilissima suora che ha risposto a tutte le mie domande sul Santo che emozionata guardavo riposare nella sua collocazione che lo rende visibile a tutti i fedeli.  Di fronte alla navata centrale spicca l’immagine del Cristo e sulla sinistra delle splendide vetrate a mosaico multicolore. Vetrate colorate che ritroviamo anche sulla parte alta dell’edificio.

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A fianco del Santuario sono visitabili anche le stanze dove il Santo ha vissuto il suo ultimo periodo di vita e di cui le Suore Veroniche (congregazione da lui stesso fondata) si prendono preziosa cura.

La sensazione che ho avuto entrando in questo luogo è di varcare la soglia di una casa reggina e non di una chiesa, percezione che non ho avuto in nessun’altra delle chiese di Reggio Calabria che ho visitato fino ad oggi. Non so se questo sia dovuto all’emozione di trovarsi davanti ad un vero Santo, oppure il fatto di avere ascoltato tutti i bei progetti che ha realizzato in vita, i miracoli…

La sorpresa più bella resta sicuramente quella di aver trovato, in un quartiere dove pensavo non ci fosse nulla, una storia, una persona che anche se adesso non c’è più deve rendere orgogliosi non solo i residenti locali ma tutta la città di Reggio Calabria. E sono proprio le belle storie che creano un legame più forte con un luogo e ti fanno sentire la necessità di ritornare.

Nel congedarmi ho confidato alla mia generosa guida il desiderio che il Santo faccia qualcosa per la città, questa la sua risposta “lui fa già molto”. Ragionando su questa affermazione ti accorgi che è proprio così, per chi crede rappresenta un esempio da seguire, per chi no, la curiosità e la voglia di capire il simbolo attorno al quale ruota la vita di una comunità e che crea il senso del luogo.

Invito ad approfondire la vita di San Gaetano Catanoso in questo dettagliato articolo del Dott. Domenico Guarna: https://ilgiardinodimorgana.wordpress.com/2017/04/07/una-breve-riflessione-su-padre-catanoso/

Per quanto mi riguarda vi do appuntamento alla prossima storia…

 

Passeggiata a Santa Maria del Bosco alla scoperta di San Bruno…

Il bello della Calabria sta nel poter passare dal mare alla montagna e viceversa senza stravolgere la propria vacanza ed è quello che abbiamo fatto io e la mia famiglia quando ci siamo recati a Serra San Bruno. Una visita particolarmente interessante dove sono stata rapita soprattutto dalla quiete del luogo, visitato da molti pellegrini ma anche da semplici curiosi o da chi cerca un luogo immerso nel verde per respirare aria fresca e pura. La prima tappa è stata una passeggiata intorno alla Certosa, immersa tra maestosi alberi secolari che conferiscono bellezza ad un luogo dove il silenzio permette una contemplazione attenta e rilassante allo stesso tempo. La Certosa è abitata ancora oggi da frati e custodisce al suo interno un interessante Museo aperto al pubblico.

Spostandosi di poco si giunge invece alla Chiesa di Santa Maria del Bosco dove è vissuto San Bruno di Colonia, immersa in uno splendido bosco; accanto vi si trova la grotta dove il Santo era solito pregare ed un laghetto con al centro una statua che lo raffigura inginocchiato sull’acqua.

Un posto veramente suggestivo anche per chi non è attratto dai luoghi della fede, per chi vuole vedere una Calabria diversa dalla solita località di mare ed anche un voler sottolineare la potenzialità di questo splendido territorio aperto ad ogni tipo di turismo: naturalistico, religioso, archeologico e tanto altro ancora.

Serra San Bruno è raggiungibile da nord – uscita Pizzo Calabro, quindi proseguire sulla SS 110, da sud – uscita Serre, quindi SS 182. Da Soverato – percorrendo la SS 182 e SS713 Trasversale delle Serre. Da Monasterace SS 110, passando da Stilo e Bivongi. Da Marina d(Fonte: http://www.visitserrasanbruno.it/come-arrivare/)

Come una libellula. Diario in versi di una giovane autrice calabrese

Oggi mi trovate in una veste insolita, la Calabria centra sempre tuttavia la protagonista principale dell’articolo è una giovane autrice calabrese, Maria Caparelli e la sua raccolta di poesie “Come una libellula”. Il libro si compone di quarantatré poesie che trattano vari temi dove il sentimento di libertà e felicità sono strettamente connessi e più si va avanti con la lettura più ci si rende conto di quanto il primo non può prescindere dall’altro e viceversa. Sullo sfondo il passare del tempo, le stagioni che si alternano dove l’inverno è una “battaglia” che si può vincere mettendo chiarezza sulla propria vita, facendo una profonda analisi su se stessi ed i versi che si susseguono sono il frutto di questo processo che l’autrice fa su di sé come una viaggiatrice alla ricerca del lato più profondo della sua anima. Ho apprezzato molte poesie della raccolta la mia preferita, quella che secondo me racconta in maniera limpida e coglie l’essenza del viaggio di Maria è “Come una barca”:

Ho solcato

molti mari,

visto molti inverni,

viaggiato

per lunghe notti,

incontrando molte tempeste

e come una barca in mare

ho resistito.

Ma poi,

stanca,

mi sono fermata,

non ho più viaggiato

perché ho capito

che quello

che stavo cercando

era di fronte a me.

Se volete continuare questo viaggio in versi, il libro è acquistabile su Amazon sia in versione ebook che cartacea.

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Breve biografia dell’autrice Mi chiamo Maria Caparelli, vivo nella provincia di Cosenza, in Calabria. Ho 30 anni e sono laureata in biologia. La scrittura è la mia seconda passione dopo la scienza, amo molto scrivere romanzi anche se il primo libro che mi sono decisa a pubblicare è una raccolta di poesie. La scrittura per me è un salto nel buio, uno di quelli che magari mi cambieranno la vita e che non ho mai avuto il coraggio di fare prima. Aspetto il mio momento, perché non si può volare con un’ala sola per farlo ne servono due.

Patate al forno della Sila

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Ingredienti:

patate – olio extravergine d’oliva – rosmarino – sale q.b

Procedimento

Pelare accuratamente le patate e tagliarle nel formato che più gradite (a spicchi, a quadrotti, …)

Mettete le patate a lessare in acqua bollente per al massimo 5 minuti, scolatele e riponetele in un’ampia scodella. Condite le patate con sale, olio extravergine d’oliva e abbondante rosmarino che vi consigliamo precedentemente di sminuzzare. Mescolate il tutto in modo che le patate assorbano bene il condimento e versate in una pirofila. Ponete nel forno preriscaldato a 170°. Durante la cottura abbiate cura di girarle di tanto in tanto in modo che risultino a cottura ultimata tutte ben croccanti.

Tracce d’archeologia industriale a Reggio Calabria: l’Arenella

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La Calabria è un luogo meraviglioso e sa sempre coglierti di sorpresa la stessa che ho provato la mia prima volta a San Gregorio. I miei studi mi avevano condotto in questo rione di Reggio Calabria ma non sapevo che mi sarei trovata davanti importanti testimonianze del passato industriale di questo territorio : l’ Arenella, il vecchio stabilimento per l’estrazione dell’essenza del bergamotto. Purtroppo è stato un vero peccato vedere questo sito abbandonato a se stesso in quanto con un giusto percorso di valorizzazione potrebbe essere un elemento attrattore per tutti coloro interessati all’archeologia industriale o per chi semplicemente è interessato alla storia del proprio territorio.

Qui potrete vedere resti di strumentazioni molto rari da trovare nel resto d’Italia, anzi forse presenti solo qui ed in Inghilterra. Vi lascio con le immagini di quel che resta di questo passato industriale che molti “snobbano” ma che è lì immobile a testimoniare che la Calabria non era una regione arretrata anzi…

 

 

Reggio Calabria

Reggio Calabria è la città più estesa e popolosa della Calabria. Una città a cui la natura ha fatto molti doni: panorami da cartolina, preziosi frutti, clima mite quasi tutto l’anno , testimonianze artistiche e storiche di grande pregio. Famosi visitatori del passato hanno lasciato magnifiche parole a voler sottolineare la grande bellezza di questo territorio come Gabriele D’Annunzio che ha definito il Lungomare di Reggio il chilometro più bello d’Italia.

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Per iniziare l’esplorazione occorre ovviamente mettersi in viaggio perciò come arrivare a Reggio? L’opzione più pratica è sicuramente l’aereo prenotando un comodo volo di linea, charter o low-cost direzione Aeroporto dello Stretto. Reggio Calabria è raggiungibile anche in treno, per verificare le opzioni di viaggio consultate il sito Trenitalia. Altra alternativa resta la macchina percorrendo la Salerno-Reggio Calabria. Per chi è già in Calabria, per esempio sei in vacanza a Tropea o Pizzo, io consiglio di provare l’esperienza di raggiungere la città con il treno regionale, godrete di panorami unici: insenature magiche, uliveti, agrumeti e tutto ciò che il vostro sguardo sarà in grado di cogliere…

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Cosa visitare a Reggio? Sicuramente nel vostro itinerario non potrà mancare il Museo Archeologico Nazionale dove ad attendervi troverete i Bronzi di Riace e tanti altri reperti archeologici.

La città però è anche un vero e proprio museo a cielo aperto: le Terme Romane in Via Marina, il Castello Aragonese situato nell’omonima piazza Castello, le originali sculture dell’artista Rabarama sul Lungomare.

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Ma dopo tanto camminare vi sarà venuta nel frattempo una gran fame e il delizioso profumo della cucina delle donne reggine vi ricorderà che è arrivata l’ora di pranzo e che ne dite di un bel piatto di pasta con pesce spada e pomodorini freschi?

Comunque che scegliate un primo di pesce o altre leccornie l’importante è che non vi dimentichiate del dolce: un gelato da Cesare sul Lungomare non dovete farvelo scappare e perché no magari al gusto di bergamotto!

A questo punto vi chiederete ma cos’è il bergamotto? Il bergamotto è l’oro verde di Reggio Calabria, un agrume che fruttifica solo nella provincia di Reggio (…e pensate in nessuna altre parte del mondo!!!) con cui i pasticceri reggini hanno creato dolci dal sapore unico e speciale assolutamente da provare!

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Ma il vero elemento identificativo di questo luogo è quella fascia di territorio che si estende tra la via Marina e il Lungomare che attraverso i secoli è stato ed è il biglietto da visita di questa città, il primo luogo che incontri quando arrivi, l’ultimo che lasci quando te ne vai; è la terrazza sul mare di Reggio Calabria.

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Il Lungomare prende il nome di Italo Falcomatà sindaco della città tra il 1993 e il 2001 ed è grazie al suo impegno se oggi reggini e turisti possono godere di questo posto magnifico dove ognuno è libero di fare quello che più gli piace: una semplice passeggiata, ritrovarsi con gli amici, fare attività sportiva all’aria aperta oppure semplicemente godersi i mille colori del tramonto sullo Stretto e lanciare un saluto alla bella Sicilia lì di fronte…

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Finito il vostro giro in città ritagliatevi del tempo per arricchire il vostro itinerario con delle escursioni nella provincia reggina: una gita in Aspromonte, una visita al pittoresco borgo di Pentedattilo e alla Villa Romana di Casignana, uno dei siti archeologici più importanti della Calabria che quasi nessuno conosce, una vera e propria Pompei in terra di Calabria in ottimo stato conservativo. Gli itinerari che potrete creare partendo da Reggio sono tanti, io ne ho citati solo alcuni anche perché presto vi parleremo anche di loro…

Tuttavia quando arriverete in Calabria per la vostra vacanza, che sia inverno, che sia estate partite con tanta voglia di conoscere e esplorare luoghi nuovi e uno di questi la prossima volta siamo sicuri potrebbe essere proprio Reggio Calabria!!!

Non resta che salutarvi al prossimo post e augurarvi…buon viaggio!!!

Graviuoli cu’ vino

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Ingredienti:

500 gr farina 0 – un bicchiere di vino rosso – un pizzico di sale – 2 cucchiai di zucchero (bianco o di canna) – ½ bicchiere di olio extravergine d’oliva, 1 uovo. Olio extravergine d’oliva per friggere.

Procedimento

Setacciate la farina, disponetela a fontana e versate al centro tutti gli altri ingredienti. Lavorate il tutto e create un impasto morbido e compatto. Preparate degli gnocchetti e filateli su di un tagliere rigato. Mettete a scaldare l’olio e friggete i vostri graviuli. Tiratili su non appena saranno ben cotti e dorati e fateli scolare su di un piatto ricoperto da un foglio di carta assorbente.