UNO SGUARDO ANTROPOLOGICO SU REGGIO CALABRIA. PATRIMONIO DI VOCI A TUTELA DEL MOSAICO IMPERFETTO – 2^PUNTATA

L’analisi situazionale applicata allo studio della città

Se la Scuola di Chicago ci offre un filone di studi sulla città soprattutto ad opera di sociologi, è con la Scuola di Manchester che finalmente ci possiamo confrontare con il lavoro degli antropologi. Tuttavia non si tratta di ricerche sul campo in città inglesi ma bensì africane, il tutto sotto la guida del Rhodes Livingstone Institute, centro di ricerca che nasce nel 1937 in Rhodesia del Nord, oggi attuale Zambia dove vi affluirono numerosi studiosi della Scuola di Machester.

Il loro obiettivo è l’esplorazione della realtà urbana che in questo caso significa occuparsi di città industriali situate in prossimità di località produttive, la cui ubicazione è conseguenza delle scelte e degli interessi dei coloni europei (per esempio presso i centri minerari). In questo contesto, lo scenario che questi studiosi si trovano davanti è un grande movimento migratorio generato dalla domanda di forza-lavoro che induce i membri delle varie tribù a spostarsi in città. Questo flusso di persone dalla campagna alla città porta con sé anche una serie di comportamenti tribali che non si estinguono con il cambio di residenza ma che si adattano al nuovo contesto cittadino assumendo nuovi significati che gli studiosi del Rhodes Livingstone Institute cercano di captare.

Ma quali sono le variabili prese in considerazione da un antropologo di Manchester in uno studio di comunità? Mitchell, ne individua sei: densità dell’insediamento, mobilità, eterogeneità etnica, sproporzione demografica, differenziazione economica, limitazioni amministrative e politiche. Queste varianti non sono ritenute da Mitchell materia di studio dell’antropologo ma di altre discipline, tuttavia l’analisi del comportamento degli individui è fortemente influenzata da questi fattori.

Incominciamo ad entrare nel concreto di questi studi attraverso Mitchell e il suo studio sulla danza Kalela13. Durante una domenica di festa presso Luanshya, città mineraria della Copperbelt, Mitchell inizia l’osservazione dell’esecuzione della Kalela Dance. I danzatori appartengono alla tribù dei Bisa, essi suonano e ballano abbigliati con pantaloni neri e camicia. Uno solo di loro indossa invece un camice bianco da dottore ed incita le persone a partecipare alla danza. Il “dottore” è affiancato da una “infermiera”, unica donna del gruppo, anche lei in camice bianco che si prodiga ad asciugare il sudore dei danzatori.

Questa danza tribale “trasportata” nel mondo urbano viene a mancare di tribalità in quanto i membri della tribù sono abbigliati da comuni cittadini perciò le loro origini di appartenenza alla comunità Bisa non sono rintracciabili e questo comporta l’annullamento delle rivalità etniche e la messa in relazione di gruppi diversi in questo contesto urbano laddove invece in ambiente rurale ciò non è possibile a causa della tendenza a classificare le persone a seconda della tribù di appartenenza. Altro elemento che è possibile mettere in evidenza è l’abbigliamento, decisamente ispirato dal contatto con gli europei. Inoltre questo spostamento del punto di focalizzazione dal mondo rurale alla città, ci fa assistere anche ad una transizione di ragionamento che va dal gruppo all’individuo. Ragionare per gruppi può rivelarsi rischioso poiché è l’individuo che ci conduce alle relazioni che sono parte costituente dell’antropologia. La Scuola di Manchester crede fortemente in questo e lo fa sottolineando una netta prevalenza per il concetto di rete. E proprio dallo studio dei centri urbani sviluppatesi in Africa in epoca coloniale che nasce e si diffonde la network analysis. Come spiega Hannerz14, non possiamo definire la rete in modo univoco in quanto ruoli differenti possono combinarsi in diversi modi, tuttavia la network analysis permette di ricostruire in modo coerente una struttura sociale differenziata.

Il ragionamento per reti porta alla nascita di nuovi concetti come quello di campo sociale, una spazio limitato che viene ritagliato da un infinito tessuto di relazioni e di cui si studia la formazione e gli effetti15.

Per riassumere la Scuola di Manchester ruota intorno allo studio di casi e all’analisi situazionale. Hannerz nella sua presentazione di questo filone di studi individua due tendenze nell’utilizzo degli studi di caso che possono costituire la giusta sintesi conclusiva.

Una di esse implica una messa a fuoco precisa di un singolo evento, chiaramente definito nel tempo e nello spazio. […] La metodologia consiste quindi nel trovare un caso che possa servire da strumento didattico e a illuminare in modo particolarmente efficace i diversi elementi che compongono un ordine sociale complesso e normalmente piuttosto opaco. […] L’altra tendenza è forse più radicale nelle sue implicazioni teoriche, in quanto comporta, più o meno chiaramente, una visione processuale piuttosto che morfologica delle relazioni sociali. Si tratta di uno studio di caso “esteso”, che comprende una serie di avvenimenti osservati lungo un certo periodo di tempo e non necessariamente avvenuti tutti nello stesso luogo fisico. Il ricercatore, prendendo atto che l’insieme di tali eventi costituisce una storia, li astrae singolarmente dal flusso senza fine della vita. Si può allora comprendere come un insieme di relazioni sociali venga modellato dall’effetto cumulativo di diversi avvenimenti e come i soggetti si muovono in una società in cui le regole di condotta sono parzialmente ambigue e conflittuali16.

Erving Goffman e la messa in scena della città

Il prossimo studioso della città di cui voglio trattare entra più nello specifico nell’analisi comportamentale dell’individuo. Si tratta di Erving Goffman e della sua interpretazione metaforica della città come teatro. Goffman è un sociologo e la sua opera più rappresentativa è La vita quotidiana come rappresentazione17.

Un approccio teatrale alla vita sociale presuppone la presenza di una ribalta e di un retroscena; sulla ribalta l’individuo mette in scena una serie di attività che seguono determinate norme nell’interagire con il pubblico, nel retroscena l’attore può abbandonare la sua facciata cioè «l’equipaggiamento espressivo di tipo standardizzato che l’individuo impiega intenzionalmente o involontariamente durante la propria rappresentazione18» e uscire dal suo ruolo. In generale il comportamento da retroscena è quello che permette atti secondari che facilmente possono essere presi come segno di intimità e mancanza di rispetto nei confronti degli altri presenti e del territorio, mentre il comportamento da ribalta è quello che non permette atti potenzialmente offensivi. Si può osservare che il comportamento da retroscena possiede quello che gli psicologi potrebbero chiamare un carattere «regressivo». Resta da stabilire naturalmente, se il retroscena dà agli individui la possibilità di regredire o se la regressione – in senso clinico – è un comportamento da retroscena adottato in occasioni inappropriate per motivi socialmente disapprovati19.

È importante sottolineare che la messa in scena può presupporre una possibile manipolazione della facciata e l’ambientazione può cambiare in base alla situazione da rappresentare, in questo modo è messo in atto un controllo delle impressioni. Sul palco si vedrà soltanto ciò che si è deciso di far vedere. Ma come avviene queste controllo sulle impressioni? Per prima cosa gli attori di una compagnia non devono mai tradire la linea d’azione concordata; secondariamente è necessaria una disciplina drammaturgica, un attore deve conoscere la sua parte ed attenersi ad essa; infine è necessaria la circospezione drammaturgica, l’attore deve sapere quando è in scena e quando può invece rilassarsi20.

Se trasferiamo tutto questo nelle interazioni reali fra individui, è possibile affermare che non tutte le rappresentazioni costituiscono delle finzioni, se è vero che molte persone in base ai contesti decidono di proiettare una determinata immagine di sè, altre scelgono di essere loro stesse in qualsiasi situazione gli si presenti davanti.

La maggior parte delle nostre interazioni però avvengono come attività normate, dei veri e propri rituali quotidiani. Questo ci porta a dedurre che una persona non è poi così tanto libera di fare ciò che vuole nel relazionarsi nella società, anzi Goffman arriva addirittura ad associare la faccia sociale che noi utilizziamo per interporci agli altri, ad una cella carceraria, un qualcosa che la società ci ha prestato e che ci sarà tolta laddove smettiamo di meritarla. In pratica le qualità che vengono attribuite alla propria faccia rendono ogni uomo carceriere di se stesso.

Un continuo alternarsi tra ribalta e retroscena, recite giornaliere su di un palcoscenico dove l’attore è costretto a seguire un determinato copione e mostrarsi al suo pubblico sempre cordiale e decoroso. Per fortuna esiste anche un retroscena dove ci si può comportare con più scioltezza e libertà. Abbiamo davanti due mondi adiacenti, uno dove siamo completamente visibili a noi stessi, il secondo dove lo siamo verso il pubblico.

Ed in mezzo cosa ci sta?21 Esiste un’immagine che viene proiettata visibile a chiunque, un’altra più nascosta dove sicuramente serve una conoscenza più profonda dell’altro e una zona di mezzo, una specie di limbo, luogo in cui l’individuo prende la decisione su che cosa proiettare sotto le luci della ribalta e come comportarsi nel retroscena. Quindi seppur un individuo è così perspicace fino a raggiungere il retroscena, è necessario ricordarsi che quello è solo un momento catturato durante un incontro in un determinato luogo e che spostandoci potrebbe facilmente mutare. Il nostro lato privato così come quello pubblico si sposta con noi ed emana la sua immagine in base al luogo in cui ci troviamo.

Con Goffman chiudo la trattazione su quelli che vengano considerati i pilastri della ricerca urbana, conoscenze indispensabili per chi pratica la ricerca sul campo o anche per chi semplicemente entra a contatto per la prima volta con l’antropologia urbana. Nel paragrafo successivo entreremo invece in contatto con la realtà italiana cercando di individuare chi, dove e come fa antropologia urbana nel nostro paese.

Antropologia urbana in Italia. Alcune esperienze di ricerca sul campo

A prima vista può sembrare che gli Stati Uniti siano i più attivi nel produrre lavori di antropologia, ma è veramente così? Il sapere che viaggia è soprattutto quello in lingua inglese e «l’attività intellettuale non pubblicata in inglese sembra sparire dietro un vetro opaco, e diventare sempre più ininfluente22». Può capitare che un’opera venga considerata più importante rispetto ad un’altra soltanto perché più accessibile inoltre c’è anche da considerare il fatto che uno scritto di antropologia urbana difficilmente varca il confine dei cosiddetti “addetti ai lavori”.

Fortunatamente nonostante la poca diffusione all’estero, esiste una vivace produzione antropologica italiana Due opere su tutte desidero mettere in evidenza: Lo Zen di Palermo23 di Ferdinando Fava e Il rione incompiuto24 a cura di Federico Scarpelli. La prima come è già possibile dedurre dal titolo, è una ricerca sul quartiere Zen di Palermo e a detta dello stesso autore «questa è una rappresentazione di voci, dialoghi ed eventi la cui orchestrazione prende forma dalle mie scelte25». Attraverso l’antropologia dell’ascolto, Fava ci consegna il suo Zen dove si cerca e si vuole andare oltre alla rappresentazione mediatica e alla percezione collettiva di questo quartiere, dove i residenti raccontano la loro storia e le loro preoccupazioni come individui.

La sfida sta nella possibilità di comprendere la modalità di stabilire legami attraverso delle categorie interpretative che dicano la singolarità di questi processi di comunicazione attraverso cui i soggetti interagiscono in questo spazio condiviso, e le modalità di costruire le proprie identità in un contesto così stigmatizzato. […] L’indagine considera un quartiere, ma non è uno studio di comunità: non si tratta di descrivere o scoprire le condizioni di vita dei suoi abitanti e di restituire al mondo esterno un quadro di una popolazione considerata già marginale. La ricerca è centrata sugli scambi face to face: non intende però fare una teoria delle interazioni, ma reinvestire alcuni elementi della sociologia goffmaniana, la nozione teatrale di messa in scena, di decoro, nel qui ed ora, assumendo la situazione d’incontro come luogo di costruzione delle conoscenze26.

La seconda opera di cui voglio parlare, Il rione incompiuto, è un lavoro d’ équipe che ha come oggetto di studio il rione Esquilino di Roma un volume che è stato molto valido nell’aiutarmi a individuare le linee guida del mio lavoro. Coloro che hanno preso parte a questa ricerca sono membri dell’associazione Anthropolis, costituitasi nel 2006 e che si occupa di ricerca urbana. Questo lavoro ha ricevuto anche un finanziamento da parte del Comune di Roma in quanto il progetto è stato annoverato tra gli strumenti utili per la conoscenza e pianificazione dello spazio urbano. In questo caso sembra che il sapere accademico varchi i suoi cancelli accolto da un’istituzione che si accorge del sapere antropologico, ma è veramente così? Ho chiesto a Federico Scarpelli se e in quale misura il loro lavoro si era tradotto in azioni concrete sul territorio e questa è la sua risposta:

La sua è una una domanda difficile. Ad esempio, la ricerca sull’ Esquilino ci è stata finanziata con sindaco Veltroni (non che lui ne sapesse direttamente qualcosa), ma prima che finissimo la ricerca sul campo era subentrato Alemanno (anche lui senza accorgersi di noi, credo). Sotto quest’ultimo – ma non a partire dalla sua Giunta – ci è stata poi commissionata la ricerca su Trastevere, che pubblicheremo sotto Marino. I tempi dell’antropologia sono un po’ lunghi, rispetto a quelli delle amministrazioni. Al di là di questo, il Comune di Roma è un organismo molto complicato, dove spesso, e anche comprensibilmente, la mano destra può non sapere cosa fa la sinistra. I nostri rapporti sono andati avanti più che altro con singole persone, o all’interno degli uffici ai quali abbiamo presentato i nostri progetti, o persone conosciute nello stesso svolgimento delle ricerche. Oltre ai libri, abbiamo presentato, in entrambi i casi, dei report molto più schematici. La nostra speranza era di essere utilizzabili. Ma fin qui, di ricadute pratiche ce ne sono state poche. Qualcuno ci ha detto che il nostro report sull’Esquilino sia stato preso in considerazione da alcuni componenti del Primo Municipio, al momento di elaborare il piano per il commercio, ma io sinceramente non vedo connessioni dirette fra quello che diciamo noi e il piano. Il report su Trastevere interessava molto alcune persone del Dipartimento Cultura, ma poi sono andate via nel periodo Alemanno.

In generale, credo che ci sia stata, da parte di qualcuno, curiosità ed interessamento per il nostro lavoro, ma tradurre l’antropologia in amministrazione richiede un lavoro ulteriore, dopo la ricerca. […] Nel caso dell’Esquilino, che pure era sulle prime pagine dei giornali in quel periodo, i media e i livelli più alti dell’amministrazione non si accorsero molto di noi. Tenga conto che c’erano molte realtà che lavoravano su quel quartiere, dalla Caritas ai sociologi etc, con maggiore capacità di visibilità. Questa posizione poco esposta ci ha permesso di lavorare più tranquilli, ma in sé non era un bene. Si accorsero bene del nostro lavoro, invece, i gruppi più attivi sul territorio. Gli unici ad aver protestato contro gli esiti del nostro lavoro, sono stati due che operavano in associazioni di quartiere. Neanche a farlo apposta, un attivista di sinistra che sosteneva che nel rione tutto andasse alla perfezione e tutti fossero contenti, salvo una decina di esaltati. E un attivista di destra che sosteneva che ci fosse poco da discutere sull’emergenza e il degrado, che erano oggettivi. Parecchi altri, per fortuna, trovarono che il resoconto fosse attendibile. Per concludere, consegnammo al comune, entrambe le volte, un contenuto conoscitivo e non operativo. Per ora, a Roma non è ancora stato possibile passare dall’uno all’altro piano27.

Nella risposta di Scarpelli si fa riferimento anche a Trastevere, in effetti questo lavoro sulla città di Roma sta avendo una continuità e può essere considerato un laboratorio in attività costante che produce conoscenza sulla città28.

Lo Zen di Palermo e Il rione incompiuto sono stati la mia porta d’accesso all’antropologia urbana, non è l’unica possibile, però è quella che più ha influenzato il mio personale percorso a Reggio Calabria, dove ho cercato di andare oltre alle immagini stigmatizzanti del comune sciolto per contiguità mafiosa, dei cittadini omertosi, del sottosviluppo economico e sociale.

Come esplorare la città

Una delle domande che ci si pone nell’avviare uno studio sulla città è quali sono le voci da considerare e quelle da scartare. La risposta la prenderei sicuramente da Kevin Lynch, il quale sosteneva che «il punto di partenza è sempre soggettivo29». Una scelta non è mai casuale, c’è sempre un percorso interiore del ricercatore che porta verso un determinato luogo piuttosto che in un altro.

Una volta arrivati in città l’impatto con le voci è inevitabile, molte persone a vario titolo hanno già fatto di quel campo il loro, l’architetto, il geografo, il sociologo, l’urbanista. Tutti con gli strumenti che la loro disciplina gli ha messo a disposizione hanno scoperchiato la città. L’antropologo urbano è interessato a tutti questi saperi che messi insieme al suo lavoro saranno in grado di fornire una visione, la più completa possibile, dello spazio urbano, «un aspetto del lavoro dell’antropologo urbano consiste nel mettere a confronto e far parlare insieme diverse rappresentazioni ed interpretazioni degli spazi urbani, per poi confrontarle con le pratiche caratteristiche degli stessi spazi30».

Ovviamente anche l’urbanista piuttosto che il geografo o il sociologo possono decidere d’instaurare un rapporto con la popolazione locale affinché i propri lavori non facciano trasparire solo freddi dati ma anche il tentativo di ascoltare i bisogni delle persone. Tuttavia quante di queste voci verranno realmente ascoltate dagli addetti ai lavori? Al contrario, per l’antropologo le voci sono il fulcro del suo sapere poiché «quando andremo in un posto, non avremmo modo di conoscere concretamente le cose di cui ci occuperemo, se non basandoci sul sapere altrui. È questo che, dal nostro punto di vista, ha importanza31».

L’incontro antropologico, come già affermato in precedenza, è alla base del nostro lavoro. Osservazione partecipante, intervista etnografica, storie di vita sono i principali strumenti utilizzati per chi fa esperienza sul campo, in che misura ognuno di essi viene effettivamente adoperato è un fattore totalmente soggettivo.

Su quanto debba durare una ricerca antropologica non vige una regola ed a mio parere non è nemmeno una delle questioni principali poiché un ricercatore con una breve permanenza può essere in grado di raccogliere più materiale rispetto ad uno che vi ha trascorso più tempo per non parlare del maggiore grado di coinvolgimento che si acquisisce con una tempistica maggiore. Per quanto sia possibile discutere varie metodologie di ricerca sul campo, un manuale del perfetto antropologo non esiste e laddove ci fosse sarebbe anche un limite, una barriera in entrata a questo lavoro. Dalla mia esperienza sul campo ho capito che il mio obiettivo era dare voce ad una città in movimento, che in parte vuole cambiare, che ha tante storie di vita nascoste nei cassetti della memoria.

L’esplorazione della città in sintesi, a prescindere dal metodo scelto, è una selezione soggettiva di voci che hanno catturato l’attenzione dell’antropologo. Io stessa non mi sono prefissata delle regole, ho semplicemente incontrato delle persone e raccolto il loro sapere. Non ho colto un quartiere od un rione, ho fatto parlare la città senza inizialmente pormi il problema della provenienza di chi mi parlava. Ogni interlocutore ha una sua provenienza specifica ma io ho dato la precedenza all’immagine della città tenendo sempre a mente l’insegnamento di Lynch, il quale afferma che «non è possibile ricavare conclusioni utili da uno studio che consideri solamente ciò che si vede, ma neppure da uno che consideri solamente il modo in cui le persone lo vedono32».

Continua alla prossima puntata…

13 Per approfondire Mitchell, J.C., 1956, The Kalela Dance, Rhodes Livingstone Papers, n. 27, Manchester, Manchester University Press.

14 Per approfondire il concetto di network analysis vedi Hannerz, U., 1992, Esplorare la città. Antropologia della vita urbana, Bologna, Il Mulino, Cap. V, Ragionare per reti p. 297-348.

15 «Si sono fatti allora strada concetti come quello di campo sociale, che consiste nel ritagliare, da un tessuto praticamente infinito di relazioni, un insieme di queste particolare e limitato, di cui sia possibile individuare la formazione e gli effetti». Hannerz, op. cit., p.309.

16 Hannerz, op. cit., p. 253-254.

17 Goffman, E., 1959, The Presentation of Self in Everiday Life, Garden City, N.Y, Double-Day/Anchor Books, trad. it. 1969, La vita quotidiana come rappresentazione, Bologna, Il Mulino.

18 op. cit., p.33.

19 op. cit., p.149.

20 Per approfondire vedi Hannerz, op. cit., Cap. VI La città come teatro: i racconti di Goffman, p. 358.

21 Questa domanda introduce la mia riflessione personale su Goffman e il tentativo di dare una risposta vuole essere una sintesi degli stimoli che ho ricevuto da questo approccio teatrale alla città.

22 Scarpelli., F., 2013, Sopravvivere in mondi inospitali, articolo scaricabile dal sito www.fareantropologia.it/sitoweb/index.php?option=com_docman&task=doc_download&gid=291&Itemid=53 .

23 Fava, F., 2007, Lo Zen di Palermo. Antropologia dell’esclusione, Milano, Franco Angeli.

24 Scarpelli, F., 2009, Il rione incompiuto, Roma, Cisu.

25 Fava, F., 2007, Lo Zen di Palermo. Antropologia dell’esclusione, Milano, Franco Angeli, p.16.

26 op. cit., p. 74-75.

27 Comunicazione personale via mail.

28 Altre esperienze interessanti di città come laboratorio di ricerca si possono incontrare a Torino www.avventuraurbana.it e Bologna www.mappe-urbane.org.

29 Lynch, K., 1964, L’immagine della città, Venezia, Marsilio, p.133.

30 Giglia, A., Studiare la città. Dalle interpretazioni alle pratiche in Scarpelli, F., Romano, A. (a cura di) 2011, Voci della città. L’interpretazione dei territori urbani, Roma, Carocci Editore, p.75.

31 op. cit., Cap.5 Place-telling. L’antropologia delle voci e i territori, p.109.

32 Lynch, K., op. cit., p. 22.

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