UNO SGUARDO ANTROPOLOGICO SU REGGIO CALABRIA. PATRIMONIO DI VOCI A TUTELA DEL MOSAICO IMPERFETTO – 3^PUNTATA

CAPITOLO 2

REGGIO CALABRIA: UNO SGUARDO MULTIDISCIPLINARE SULLA CITTA’

2.1 Reggio e la sua storia: il passato come fonte di conoscenza

I coloni Greci non sono stati i primi abitatori di Reggio, a conferma di quanto appena affermato, ampie testimonianze sono riscontrabili presso il Museo Archeologico Nazionale della città, dove vari ritrovamenti come vasi, pesi da telaio in terracotta e qualche fibula in bronzo appartenenti a corredi funerari, sono collegabili a popolazioni indigene dell’età del ferro che popolarono Reggio molto prima di chiunque altro.

Di particolare fascino è invece la leggenda che narra di re Italo, di stirpe Enotria, che regnò su questo territorio e da cui deriverebbe il nome Italia.

Tuttavia, sebbene vari reperti testimonino le antichissime origini di Reggio, la tesi maggiormente diffusa è quella che afferma che il nome e la fondazione di Reggio Calabria, l’antica Region, è dovuta a colonizzatori Calcidesi attorno alla seconda metà dell’VIII sec. a. C. Essi raggiungono la Calabria su indicazione dell’oracolo di Delfi: “Laddove l’Apsias, il più sacro dei fiumi, si getta nel mare, laddove mentre sbarchi, una femmina si unisce ad un maschio, là fonda una città. Il dio ti concede la terra ausone”1.

Fin dalla sua nascita, Reggio vide alternarsi sul suo territorio diverse guerre di conquista. All’inizio del V secolo il potere è in mano al tiranno Anassilao ( 494-476), esponente del ceto mercantile. Egli riesce ad assicurare a Reggio il dominio dello Stretto grazie alla conquista di Zancle (Messina) a cui cambia il nome in Messenia; fortifica Scilla ai fini di evitare un’espansione etrusca da nord e si allea con i Cartaginesi contro il loro tiranno Gelone. La sconfitta dei Cartaginesi ad Himera (480 a. C.), costringe Anassilao alla sottomissione siracusana. Da questo momento inizia un periodo di crisi che si protrae anche dopo la morte del tiranno nel 476 a. C.

Nel 461, con Leofrone, primogenito di Anassilao, termina il regime tirannico sulla città e viene restaurato un governo democratico.

La città sempre in lotta con locresi e siracusani, si allea con gli italioti e come reazione a questa scelta strategica, subisce l’invasione da parte di Dionisio I, alleato dei locresi. In suo onore viene edificato un sontuoso palazzo e successivamente Dionisio II ricostruisce la città dandole il nome di Febea (città del sole). Nel 352 però i siracusani vengono scacciati e si ritorna nuovamente ad un regime democratico.

L’ascesa di Dionisio da una parte e la spinta di popolazioni bruzie sino alla regione dello Stretto contribuisce ad aprire una nuova fase di declino sulla città supportata dalla mancanza di aiuto da parte della madrepatria. Inoltre a causa delle svariate guerre distruttive ed eventi naturali frequenti come i terremoti, non è possibile conoscere la struttura della città nei suoi primi secoli di vita ( VIII-V secolo a. C.). Il perimetro della città ellenistico romana viene ipotizzato a settentrione del torrente S. Lucia, ad occidente dal mare, a meridione dal torrente Calopinace (Apsia), a oriente dalle valli oltre la collina del Trabocchetto. Più difficile ed incerta è la localizzazione del porto in quanto la fascia costiera ha subito diverse modificazioni come lo sprofondamento della Punta di Calamizzi nel ‘500. Le principali vie di collegamento erano costituite principalmente dalle vie del mare, in quanto battute sopratutto per fini commerciali dai popoli del Mediterraneo per questo motivo, decisamente più frequentate di quelle terrestri. L’economia della città è basata prevalentemente sull’agricoltura e la pastorizia insieme ad una fiorente attività artigianale per la produzione di terracotte.

Figura 1- Resti delle terme romane sul Lungomare

(Fonte: fotografia dell’autrice)

In epoca romana la città viene designata come Municipium con il nome di Rhegium Julium. La città romana si arricchisce di sfarzosi palazzi e di otto edifici termali, tra cui quello che emerge sull’attuale Lungomare.

La decadenza dell’impero romano rende Reggio vulnerabile all’attacco di popolazioni barbariche. Sul finire del VI secolo Reggio entra a far parte dell’impero romano d’oriente e si riappropria del suo ruolo cruciale per il traffico commerciale.

Ripetuti tentativi di conquista della città di Reggio da parte degli Arabi si succedono durante il X secolo seguita da quelle da parte dell’emirato di Palermo. A Reggio entra a far parte della quotidianità la convivenza tra Bizantini e Musulmani.

Nel 1060 sono i Normanni a conquistare la città, i quali conducono una politica di tolleranza con le diverse presenze religiose ed etniche del territorio e danno una spinta alla ripresa economica grazie all’introduzione di nuove colture. L’avvento degli Svevi porta ulteriore benessere e progresso soprattutto con Federico II. Alla sua morte nel 1250, il meridione passa nelle mani degli Angioini. Reggio diviene durante le varie fasi della guerra del Vespro tra Angioini e Aragonesi teatro delle lotte per la conquista di Napoli. Nel 1442 gli aragonesi terminano la conquista del Regno di Napoli, in epoca aragonese cresce la presenza ebraica in città grazie ad una politica a loro favorevole. Nella giudecca reggina vengono esercitate diverse attività come la tintura dei tessuti con l’indaco, la lavorazione del ferro, dell’argento e dell’oro, la concia delle pelli.

Agli Aragonesi segue la dominazione spagnola caratterizzata soprattutto dalle lotte dinastiche con i Francesi. Alla devastazione delle guerre si aggiunge anche quella dei terremoti del 1509 e 1599. nel 1510 per motivi di concorrenza commerciale e religiosi viene imposto agli ebrei reggini di lasciare la città.

Nel 1535 giunge a Reggio Carlo V e detta nuove linee per il rafforzamento delle difese della città attraverso la riedificazione delle mura della città.

Il Seicento è un secolo caratterizzato da una fervida attività di costruzione, restauro e abbellimento dell’esistente. La città è abitata da nobili ed ecclesiastici, gli artigiani si collocano invece fuori le mura e gli agricoltori in prossimità delle campagne. Da un punto di vista paesaggistico Reggio è circondata da giardini, agrumeti e gelseti.

Nel 1734 con Carlo III inizia il periodo Borbonico la cui linea guida è la modernizzazione del Mezzogiorno. Nel 1782 grazie all’opera di Ferdinando IV nascono le industrie siderurgiche di Mongiana, l’industria della liquirizia a Corigliano e le filande di Villa S. Giovanni. Nel 1783 Reggio è colpita da un violento terremoto, i morti non sono stati molti ma i danni furono ingenti. Il compito di realizzare un progetto di ricostruzione della città viene affidato all’Ing. Mori. L’opera di ricostruzione però subisce vari rallentamenti a causa delle controversie e degli eventi politici che affliggono il Regno di Napoli.

La città si cominciò a riedificare sulla pianta del Mori, alla quale furono, nel progresso del tempo, apportate delle modificazioni. Ma successe quello che ancor oggi accenna a voler succedere. Chi non poté costruirsi una casa per mancanza, o per scarsità di mezzi, alle porte della città costruì la sua capanna, la sua baracca, il suo abituro, e si accumularono, così, ben presto, queste abitazioni, distendendosi lungo le vie esterne e agglomerandosi sulle colline soprastanti alla città2.

Figura 2 – Progetto di ricostruzione della città dell’ing. Mori

(Fonte: Archivio Storico Reggio Calabria)

L’economia in seguito al sisma si muove a passi lenti e si cerca d’incentivarla con leggi e provvidenze mirate alla modernizzazione della produzione agricola e a quella della seta; la classe borghese emerge nella vita commerciale e mercantile della città con la produzione e la vendita delle essenze di bergamotto. Nel 1816 viene preso un provvedimento importante a favore della città, Reggio è proclamata capoluogo della nuova provincia di Calabria Ultra Prima. Le Calabrie passano da due, Citra (Cosenza) e Ultra (Catanzaro), a tre in seguito alla suddivisione in due parti dell’esteso territorio della Calabria Ultra.

Figura 3 – Regno di Napoli, particolare Calabria Ulteriore Prima

(Fonte: Lear, E., 1852, Journals of a landscape painter in southern Calabria, London, Richard Bentley, New Burlington Street).

L’elevazione della nostra città a Metropoli di una nuova provincia può considerarsi come la sua moderna fondazione. Il richiamo di tanti pubblici ufficiali diede uno slancio alle ricostruzioni, il concorso dei provinciali aprì nuove vie alle industrie, al commercio, parecchi trafficanti accorsero ad aprir negozi, le ruine del tremuoto del 1783 in pochi anni sparirono3.

Tuttavia anche a Reggio iniziano a diffondersi le idee liberali che portano nel 1847 ad una sollevazione che si conclude tragicamente con la morte del patriota Domenico Romeo e la fucilazione di altri compatrioti. Nonostante questo primo fallimento, nell’agosto 1860, a sud di Reggio sbarca Garibaldi e i garibaldini guidati da Nino Bixio sconfiggono i borbonici e nominano a governatore della città il patriota Antonio Plutino.

Il 28 dicembre 1908 un disastroso evento sismico torna ad abbattersi sulla città portando morte e distruzione. Antonino Meduri, reggino e studioso calabrese descrive l’evento con queste parole:

In quella immane tragedia, tra le tante vicende umane e familiari, si consumava anche quella dei fratelli Giuseppe e Antonino Meduri e del cognato Santo Paviglianiti.

I tre, commercianti e mediatori di essenze di agrumi, domenica 27 dicembre 1908, con un carro a quattro cavalli, partirono verso l’entroterra della Piana di Gioia Tauro, per acquistare essenze che avrebbero poi rivenduto. In quella fatale alba, ospiti dei proprietari di un’azienda produttrice di essenze, furono svegliati di soprassalto dal boato e dallo scuotimento del terremoto […]. La casa dove erano ospiti, era lesionata e presagendo che a Reggio era accaduto un grave disastro, lasciati in custodia i contenitori in rame con l’essenza acquistata, montarono sul carro e ripresero velocemente la via del ritorno […]. Il passaggio per la Via Provinciale di S. Caterina fu difficile, la via era ingombra da macerie, dappertutto rovine, tutto era distrutto, morti e feriti ovunque.

L’abitazione di Antonino era tutta un enorme ammasso di macerie, di mobili, di mille cose diverse travolte da una forza sconvolgente. Tutti morti! Urlò Nino e si mise a scavare disperatamente sulle mute macerie. Ad un tratto, sentì un flebile lamento provenire da sotto le macerie e con trepidante speranza, chiamando a gran voce i familiari, riuscì a creare un varco che gli permise di strisciare dentro. Erano tutti lì, la moglie Mattia imprigionata dalle travi gravemente ferita al fianco, mentre i figli Maria (nata il 7 dicembre 1908), e Francesco (nato il 17 giugno 1898), giacevano morti sotto quell’enorme ammasso di rovine.

Dopo aver affidato la moglie alle cure di un improvviso ospedale, ritornò, dando sepoltura ai suoi diletti figli nel cimitero […]. La stessa sorte toccò alla casa di Santo Paviglianiti dove trovarono la morte, la moglie Concetta Meduri ed il figlioletto Antonino (nato il 24 novembre 1908). Giuseppe Meduri, pur avendo subito il crollo della casa, trovò i familiari fortunatamente illesi. Dopo qualche mese, il 15 febbraio 1909, Filomena portava a termine la gravidanza e dava alla luce il figlio (mio padre) a cui gli fu imposto lo stesso nome del padre (Giuseppe), come tradizionalmente allora si faceva4.

Figura 4 – Reggio Calabria, Strada Fatamorgana

(Fonte: Trombetta, A., 1998, Reggio Calabria la memoria ricorrente. Cronache di eventi sismici, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni)

Il primo intervento in seguito al sisma fu l’attuazione di un piano di baraccamenti nelle aree libere da macerie.

Subito dopo il disastro, lo Stato, preoccupato per la sopravvivenza dei superstiti, costruì con l’aiuto delle popolazioni e dei vari comitati di soccorso, i quali diedero origine ad una vera e propria gara di solidarietà facendo arrivare navi colme di legname e viveri, tutt’intorno alla città distrutta, su aree espropriate o occupate temporaneamente, e nelle piazze “rioni di legno”. I rioni, ubicati su aree per complessivi 73 ettari e per un totale di circa 5000 baracche di vario tipo, assunsero il nome o della zona dove sorgevano o dei vari comitati promotori che si adoperavano per la costruzione.

I rioni vennero quindi così chiamati Palombaro, Casolai, Pantano, Caserta, Tremulini, S. Caterina, via Provinciale, Sbarre, Gabelle, Scala di Giuda, S. Lucia, Fornace, Orange, Piazza Acacie, Friuli, Americano, S. Marco, Scordo, Borrace, Mezzacapo, Annunziata, Ferrovieri, Villini Svizzeri, Inglese, Travettopoli, Sovringlese, Caridi, Angelo Custode, e con le lettere dell’alfabeto dalla A alla H5.

Avvenimenti sismici di questo genere mettono a dura prova una comunità sia a livello interiore sia per quello che ti viene a mancare a livello materiale come la casa, la difficoltà nel rifornirsi di viveri e negli spostamenti in quanto le strade sono occupate dalle macerie degli edifici crollati.

Figura 5 – Progetto di ricostruzione della città dell’Ing. De Nava

(Fonte: Archivio Storico Reggio Calabria)

In seguito all’avviamento della demolizione degli edifici pericolanti, l’ing. Pietro De Nava, assessore ai lavori pubblici della città, riceve l’incarico di redigere il Piano Regolatore. In linea di massima s’intende utilizzare il vecchio sito della città distrutta e reperire nuovi spazi per insediamenti industriali e di servizi. Alla ricostruzione prendono parte architetti ed imprese provenienti da tutto il Paese, tuttavia i lavori a causa di problematiche varie come espropri, prima guerra mondiale e conseguente difficoltà d’approvvigionamento dei materiali, subiscono dei ritardi. All’avvento del fascismo molti quartieri sono ancora in una situazione precaria, si procede allora allo stanziamento di ingenti finanziamenti per velocizzare la ricostruzione.

In epoca fascista, il Podestà Zerbi avvia la promozione della Grande Reggio, cioè l’aggregazione alla città di altri quattordici comuni vicini di cui il governo nazionale ne da approvazione nel 1927. Questo ampliamento territoriale porta a moltiplicare i problemi gestionali della città.

Richiesta al Governo Nazionale di ampliamento della circoscrizione territoriale della città di Reggio – Calabria

L’anno 1927, il giorno dodici del mese di Febbraio, nell’Ufficio Comunale di Reggio Calabria

IL PODESTA’

del Comune suddetto, Comm. Ammiraglio Giuseppe Genoese Zerbi, assistitito dal Segretario Generale, Cav. Dott. Bruno Giordano, ha adottata la seguente deliberazione:

Considerato che la città di Reggio, comprendente una ristrettissima linea costiera, è compressa nel suo attuale territorio da una rete di piccoli Comuni che sono venuti formandosi in tempi lontani, attraverso le varie dominazioni del medio evo e dell’età moderna, a danno della circoscrizione territoriale stessa della città, quale era nell’antichità classica romana:

considerato che il fattore territoriale, soffocando la città in un ristrettissimo spazio lungo la riva del mare, ha impedito che lungo il mare si potesse sviluppare l’attività industriale, commerciale, e che si formasse un centro demografico, sociale, quale è possibile nella privilegiata posizione geografica e climatica:

considerato che l’attuale situazione riesce di danno al Comune, che non può con i propri mezzi avere la libertà finanziaria ed economica, ed è di grave peso allo Stato, il quale, sul fondo dei proventi delle addizionali, deve integrare il bilancio del Comune per una somma di circa tre milioni annuali, senza possibilità di riduzione, avendo il Comune applicato tutte le risorse fiscali consentite dalla vigente legislazione:

considerato che la insufficienza del territorio della città, in rapporto allo sviluppo finanziario, economico, industriale e commerciale ed all’impossibilità di seguire lo sviluppo moderno dei servizi pubblici, risulta dalla allegata dimostrativa relazione, la quale s’intende far parte integrante della presente deliberazione:

considerato che dal quadro generale esposto nella citata relazione, balza evidente la constatazione, che nel territorio quale deve essere quello della città di Reggio e nel quale, per vicende lontane, è venuta formandosi un’artificiosa rete di piccoli Comuni, ad un suolo ricco, floridissimo di prodotti, di clima temperato, attualmente non corrisponde un adeguato sviluppo industriale, economico, finanziario, dei pubblici servizi e della vita civile:

considerato che questa constatazione, luminosamente dimostrata, impone la necessità di richiedere – a termine dell’art.8 del R.D.L. 30 Dicembre 1923 N. 2839 – al Governo Nazionale Fascista, il provvedimento che consenta l’ampliamento territoriale della città di Reggio.

DELIBERA

richiedere al Governo Nazionale Fascista, per tutte le considerazioni esposte nell’annessa relazione, il provvedimento che consente l’ampliamento territoriale del Comune di Reggio, comprendendovi i Comuni di Cannitello, Villa S. Giovanni, Campo Calabro, Fiumara, Catona, Salice, Villa S. Giuseppe, Rosalì, Sambatello, Gallico, Podargoni, Cataforio, Gallina, Pellaro, in conformità all’unita carta dell’Istituto Geografico Militare.

GAZZETTA UFFICIALE DEL REGNO D’ITALIA, ANNO 68 , N. 165

(Fonte: MUNICIPIO DI REGGIO CALABRIA, 1928, Ampliamento territoriale del comune, Soc. Edit. Reggina)

Il post-fascismo è un periodo particolarmente difficile: l’uscita dall’ennesima parentesi bellica ha aggravato le condizioni di vita della popolazione.

L’onesto commercio di esportazione di agrumi, essenze e vini di produzione locale è paralizzato da mancanza di carri ferroviari e di altri mezzi di trasporto, e si limita perciò, ai pochi acquisti fatti dagli Alleati ed alle spedizioni consentite dalle ferrovie ai pochi fortunati concessionari di carri. La ripresa industriale (distillerie, fabbriche di essenze e di derivati agrumati, filature di seta, carbone, legna da ardere, ecc.) è anche essa intralciata dalla mancanza di mezzi di trasporto e di combustibile6.

La città continua a crescere senza un progetto ben definito e tale affermazione trova riscontro nella relazione di una commissione d’inchiesta ministeriale del 1966 che fa il seguente resoconto della situazione degli ultimi 15 anni.

In assenza di qualsiasi indirizzo la città ha seguito, in maniera indifferenziata, tutte le direttrici di sviluppo consentite dall’andamento naturale del terreno ricalcando in maniera assolutamente illogica antichi tracciati di strade comunali e vicinali, ricoprendo aree verdi di enorme valore paesistico, provocando strozzature irreparabili nella rete viaria e nella distribuzione degli insediamenti, senza lasciare alcuna area per gli indispensabili servizi pubblici e le attrezzature collettive. Così i nuovi insediamenti hanno costituito agglomerati edilizi che non possono assolutamente definirsi «quartieri» o «unità urbane»; si tratta in realtà, esclusivamente, di edifici accatastati l’un contro l’altro senza alcuna logica e senza alcuna visione unitaria, altimetrica o planimetrica7.

Questo senso di smarrimento della città si fortifica nel 1970, anno in cui la città è segnata da un avvenimento che ne segnò profondamente la sua storia cioè la decisione d’istituire il capoluogo della regione a Catanzaro e non a Reggio Calabria. Un avvenimento dal forte sapore di spartizione politica a tavolino dove Reggio ha pagato il prezzo più alto. A nulla servono i vari movimenti di forte protesta, i cosiddetti moti del ’70, allo scopo di far valere le proprie ragioni ma soprattutto nessuno riesce a prendere in mano e ad immettere questo positivo spirito di partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica in un progetto positivo per la città. Quel che rimane è una Reggio dal ridotto peso istituzionale ed una popolazione che ha acquisito un forte senso di inaffidabilità nei confronti del potere politico.

Diciamo questo perché dopo il ’70, confinata la protesta nel ghetto, la città si è collassata, i comportamenti collettivi si sono via via sempre più degradati, si è approfondito il solco che già divideva i cittadini dallo Stato […]; diciamo questo perché è dopo il ’70 che si è innescato quel clima di «illegalità diffusa» che annotavamo già più di un anno fa […] un clima che rischia di portare il potere di amministrare il territorio fuori dalle istituzioni8.

La ricostruzione storica presentata in questo paragrafo è stata possibile grazie all’aiuto dell’architetto Giuliana Gioffré Florio dell’archivio storico della città di Reggio Calabria. Gli scritti a cui si fa maggiormente riferimento come fonti, sono i seguenti: Cagliostro, M., 2003, Reggio Calabria dalla città classica al liberty, Reggio Calabria, De Luca Editori Arte; Andronico, E. ( a cura di) , 2006, Hypogaea. Tipologie edilizie, riti e corredi delle necropoli reggine di età ellenistica, Reggio Calabria, Laruffa Editore; Castrizio, D., Fasci, M.R., Laganà, R., 2005, Reggio città d’arte, Città di Reggio Calabria; Cingari, G., 1988, Reggio Calabria, Roma-Bari, Laterza, Ripepi, G., 2001, Sulle remote origini di Region, Il Quotidiano, p.16.

2.2 Dall’Aspromonte allo Stretto: lo scenario variegato del territorio reggino

Il geografo Gambi nell’inquadrare la collocazione del territorio reggino scrive: «Reggio si dispone a fascia lungo la riviera dello Stretto, in magnifica e apertissima positura, e fra un rigoglioso manto di agrumi e di vigneti a cui si alternano , frequenti negli orti e nei giardini, palme e muse9». Sebbene sia una descrizione di un geografo, questa sembra provenire da un romanzo letterario.

La città odierna mantiene l’impianto a scacchiera del Mori e si dispone a fascia sullo Stretto. Essa è delimitata dalle montagne dell’Aspromonte, con rilievi che arrivano a sfiorare i 2000 metri ed è circondata dal mare. La montagna reggina è caratterizzata da forme addolcite e vasti altipiani che si dispongono a gradini che scendono via via verso il basso e che sembrano grandi balconi che si affacciano sul mare. L’Aspromonte lungo le sue pendici è fortemente inciso dalle fiumare, corsi d’acqua a regime torrentizio e senza sorgente, dalla forte capacità di erosione e con una portata molto variabile, ricche d’acqua nel periodo invernale e con tendenza ad asciugarsi nei periodi più caldi.

Reggio Calabria sorge sulla sponda destra della fiumara Calopinace che oggi compare davanti ai nostri occhi cementificata in seguito al restringimento del suo alveo e alla creazione dalle sue sponde di due strade a scorrimento veloce. Il fatto che questa fiumara non sia stata completamente coperta, permette di accorgersi di eventuali elementi d’ostruzione che possono impedire il flusso regolare dei detriti. Completamente diversa è la situazione della fiumara dell’Annunziata, la quale è stata interamente cementificata al fine di realizzare un asse viario a quattro corsie che collega la città con lo svincolo autostradale di Via Lia e l’area universitaria. L’adattamento della fiumara Annunziata alle esigenze della circolazione cittadina ha una storia antica, inizialmente si passava da una sponda all’altra attraverso una passerella pedonale, nel 1852 viene costruito il primo ponte di collegamento successivamente ricostruito nel 1921 ed infine la cementificazione della fiumara nel 1991. Questo modo di adattare un fenomeno naturale alle esigenze umane in maniera così sprovveduta porta a chiedersi che cosa potrebbe succedere in caso di un evento climatico imprevedibile in questa situazione che vede dei corsi d’acqua dal regime altamente variabile, chiusi con un tappo la cui resistenza non è calcolabile. A questo proposito, un antico detto calabrese recita così: «a jumara torna jumara10», la fiumara torna fiumara.

La via principale di Reggio è il Corso Garibaldi, qui sorgono i principali negozi e luoghi di ritrovo. Parallelo ma sul lato del mare si colloca il corso Vittorio Emanuele II. Tra queste due vie si intersecano diverse piazze sui cui sorgono gli uffici principali, Piazza Italia ospita per esempio quelli amministrativi.

Figura 7 – Piazza Italia

(Fonte: fotografia dell’autrice)

Un elemento che entra con prepotenza nella geografia di questo territorio è la ferrovia. Reggio Calabria, come altre zone litoranee di questa regione, è costeggiata dalla ferrovia che “corre” così vicino al mare che il treno sembra viaggiare su binari d’acqua. Le ferrovie in città costituiscono una forte presenza identitaria sia per il grande numero di addetti nel settore11, sia per la loro occupazione fisica di vaste porzioni di territorio come sul lungomare cittadino. Il primo è considerato un aspetto positivo, il secondo meno in quanto le strade ferrate facevano da barriera tra la città e il mare. Dopo un lungo “braccio di ferro” tra Ferrovie e amministrazione comunale, ma soprattutto grazie alla determinazione e bonaria testardaggine dell’allora primo cittadino, Italo Falcomatà, prende vita il progetto per la realizzazione del Lungomare che prevede l’intubamento per un tratto dei binari e la conseguente riappropriazione di una vasta superficie a ridosso del magnifico scenario dello Stretto. Questa opera che vede un percorso di realizzazione tortuoso e tutto in salita e viene inaugurata nella primavera del 2001. Su questi due importanti simboli cittadini, il Lungomare e il sindaco Falcomatà torneremo a parlare nel capitolo successivo. Al momento il dato che ci interessa cogliere è la presenza di questo immenso spazio pubblico che fa da tramite tra la città e il mare e di come «le scelte amministrative contribuiscono a dare forma e sostanza al luogo12». Queste scelte insieme alla geografia fisica, come abbiamo avuto modo di apprendere in precedenza da Park, contribuiscono alla distribuzione della popolazione su di un territorio.

Figura 8 – Immagine d’epoca Lungomare

(Fonte: reggioerachirico.blogspot.com)

Figura 9 – Il lungomare oggi

(Fonte: fotografia dell’autrice)

Il mare come abbiamo potuto apprendere fino ad ora, è un elemento importante per la città così come lo è l’Aspromonte, le fiumare e l’alto livello di sismicità del territorio. Tuttavia se dovessimo fare un salto indietro nel tempo, l’immagine predominante con cui avremmo a che fare sarebbe quella di un immenso giardino profumato caratterizzato dall’estensione a perdita d’occhio di agrumeti, gelseti e viti. L’immagine della città giardino non è soltanto un affascinante racconto di questo luogo, ma tutte le piante citate costituivano il tessuto economico di questo territorio. Gli sterminati campi di gelso sono la materia prima delle numerose filande che già dal periodo della dominazione bizantina e per i secoli successivi, diedero impiego a numerose famiglie. Gli agrumi invece sono a tutt’oggi fondamentali per il funzionamento dell’industria d’estrazione delle essenze.

L’Aspromonte, il mare, le fiumare, agrumeti e gelseti, la ferrovia fanno parte di questa città e insieme ne plasmano un’immagine che non si può ancora considerare completa senza un accenno alla sua posizione strategica sullo Stretto.

Ogni giorno migliaia di lavoratori, studenti, commercianti, professionisti animano Reggio e Messina, i due cuori pulsanti di quella che possiamo definire conurbazione dello Stretto. A questo proposito Gambi afferma «Reggio perciò non è una città in sé e per sé, ma lo è in quanto forma uno dei principali elementi di questa singolare conurbazione13». Tuttavia questa è una conurbazione del tutto particolare che vede fianco a fianco due città appartenenti a due regioni politiche e fiscali diverse.

Nei secoli, con l’alternarsi di periodi bui e fiorenti, lo Stretto ha sempre conservato il suo fondamentale ruolo di via di transito fra i porti del Mediterraneo. Per quel che riguarda i collegamenti tra queste due città, nel 1900 iniziano a funzionare i primi ferry-boats fra Messina e Reggio e nel 1901 il primo convoglio ferroviario proveniente da Roma per Siracusa s’imbarca da Reggio. Ancora oggi il transito tra i due territori avviene via mare, chi deve raggiungere la Sicilia dalla Calabria deve imbarcare la propria auto a Villa S. Giovanni, la stessa procedura avviene pure con i treni.

Fin dalla fine dell’800 si parla di costruire un ponte al fine di superare gli ostacoli naturali dello Stretto, un progetto rimasto su carta e argomento utilizzato soprattutto in campagna elettorale.

Concludendo «la conurbazione dello Stretto è ai nostri giorni una realtà chiara e sicura. E nei suoi riguardi lo Stretto non è più uno spazio marino, ma un fiume le cui coste sono ricoperte da una duplice sequenza di densi abitati14». Un’opportunità per questo immenso territorio per crescere nei diversi settori, da quello turistico, entrambe le città ospitano rinomati complessi balneari, a quello della ricerca con i due poli universitari e la vocazione viva fin dal nascita di questi insediamenti cioè quella commerciale.

Figura 10 – Schema della conurbazione dello Stretto

(Fonte: Gambi, L.,1965, Calabria, Torino, Utet, pag. 515)

1 Cagliostro, M., Reggio Calabria dalla città classica al liberty, Reggio Calabria, De Luca Editori Arte, p. 18.

2 Relazione comunale sull’espansione della città post – terremoto 1783 riportata in Cingari, G., 1988, Reggio Calabria, Laterza Roma-Bari, p. 8.

3Cingari, G., 1988, Reggio Calabria, Roma-Bari, Laterza, p.5.

4 Meduri, A., 2006, Santa Caterina e San Brunello. Rioni di Reggio Calabria. Storia Civile e religiosa, Reggio Calabria, Città del sole edizioni, p. 136-137.

5Tripodi, F., Archivio storico del comune di Reggio Calabria, estratto in Rivista storica calabrese N.S XII-XIII (1991-1992), NN. 1-4, p.122.

6 Nota del 1944 del Questore di Reggio in Cingari, op. cit., p.354.

7 Cingari, op. cit., p.395-396.

8 Dichiarazioni programmatiche del sindaco Francesco Mallamo del 1986 in Cingari, op. cit., p. 431.

9 Gambi, L.,1965, Calabria, Torino, Utet, pag. 505.

10 Cantarella, G., 2001, Sbarre. Quelle antiche pietre, Reggio Calabria, Cittò del Sole Edzioni, p. 14.

11 La ferrovia è fortemente legata alla storia di Reggio, la città stessa ospita un rione denominato dei Ferrovieri a testimonianza di una forte presenza di lavoratori appartenenti al comparto ferrovie. Il rione Ferrovieri sorge sulla riva meridionale del Calopinace e venne costruito dalle Ferrovie dello Stato in seguito al devastante terremoto del 1908 per dare alloggio ai propri dipendenti sopravvissuti.

12 Scarpelli, F., 2009, Il rione incompiuto, Roma, Cisu, p. 47.

13 Gambi, op. cit., p.514.

14 Gambi, op. cit., p. 518.

2.3 Città amministrativa e governo del territorio

Dopo la collocazione storica e spaziale, ci occupiamo dell’organizzazione amministrativa e territoriale. Il comune di Reggio Calabria è suddiviso in 15 circoscrizioni per una popolazione complessiva di 180.817 residenti1. Il territorio attuale è il risultato dell’aggregazione con i territori limitrofi alla città avvenuto durante il fascismo e alcune delle attuali circoscrizioni sono stati dei comuni autonomi con storia e tradizioni proprie.

Fig. 11 – Disposizione delle circoscrizioni sul territorio

(Fonte: sito istituzionale comune di Reggio Calabria, http://www.reggiocal.it )

ICentro storico
IIPineta Zerbi – Tremulini – Eramo
IIISanta Caterina – San Brunello – Vito
IVTrabocchetto – Condera – Spirito Santo
VRione Ferrovieri – Stadio – Gebbione
VISbarre
VIISan Giorgio – Modena – San Sperato
VIIICatona – Arghillà – Rosali – Villa S. Giuseppe
IXGallico – Sambatello
XArchi
XIOrti – Podargoni – Terreti
XIICannavò – Mosorrofa – Cataforio
XIIIRavagnese
XIVGallina
XVPellaro

Tab. 1 – Suddivisione in circoscrizioni comune Reggio Calabria

(Fonte: sito istituzionale comune di Reggio Calabria, http://www.reggiocal.it)

Uno degli elementi di spicco che caratterizza fortemente l’immagine della città è il fenomeno dell’abusivismo edilizio presente in tutto il territorio comunale. I tessuti edilizi sono disordinati e questa situazione ha contribuito a determinare una scarsa dotazione di opere di urbanizzazione primaria come fogne e rete idrica. L’amministrazione comunale è consapevole di questo in quanto si tratta di situazioni censite su vari documenti ufficiali, il DP (Documento Preliminare) al PSC (Piano Strutturale Comunale) del 2009 si esprime a tal proposito con le seguenti parole:

l’impetuoso, anarchico e spesso illegale processo di urbanizzazione non poteva non portare ad una situazione della quale non si percepisce più il senso della sua forma. La diffusione insediativa ha interessato quasi tutto il territorio aggredibile, incurante degli stessi pericoli rappresentati dalle fragilità fisiche. Né lo spazio agricolo, né quello costiero, né le sponde dei corsi d’acqua sono stati risparmiati2.

Abusivismo a parte, l’impianto urbanistico della città di Reggio, è stato determinato soprattutto dai Piani di Ricostruzione che si sono susseguiti in seguito ai principali eventi sismici del 1783 e del 1908 e che sono il Piano Mori (1785) e il Piano de Nava (1912). Nel 1933 abbiamo invece l’accorpamento di insediamenti limitrofi alla città (Grande Reggio).

Negli anni ’60 vengono avviati programmi per la realizzazione di insediamenti edilizi di tipo economico popolare. Le nuove costruzioni hanno trovato spazio soprattutto nella prima periferia dove nascono quartieri popolari caratterizzati dall’isolamento e dalla carenza dei servizi pubblici primari. Parallelamente alla costruzione di nuovi quartieri popolari, vi è un’escalation nell’edificazione di abitazioni abusive. Scoppia un vero e proprio processo di edificazione spontanea che nemmeno il Piano Quaroni redatto negli anni ’70 riesce a mettere sotto controllo. Le linee guida del Piano Quaroni ipotizzano una ridefinizione del territorio comunale su queste basi: da un lato, in direzione nord, la creazione di un nuovo centro urbano con funzioni direzionali e turistiche, pensato come snodo o allaccio con l’ipotizzato ponte sullo Stretto (bando internazionale Anas 1969); dall’altro lato, in direzione sud, la creazione dell’area industriale; e, nella parte centrale, riqualificazione del tessuto urbano, ristrutturazione della ferrovia (abbassamento o intubamento), spostamento a sud della zona portuale in funzione degli insediamenti industriali. Infine una rete infrastrutturale complessa per collegare le molteplici realtà territoriali3.

Oggi Reggio è una città dove

è particolarmente accentuata la dicotomia centro/periferia: un centro pianificato, di grande valenza storica, funzionalmente variegato, ed una periferia informe, degradata, caratterizzata da fenomeni di abusivismo, autocostruzione e frammentazione. Il centro storico, caratterizzato da una maglia urbana regolare e da un tessuto edilizio di qualità, recentemente ha riacquistato il rapporto con il fronte a mare attraverso un progetto rilevante di riqualificazione del lungomare e della fascia costiera. Attorno al centro, è nata una periferia caratterizzata da agglomerati privi di servizi primari e secondari e da fenomeni complessi quali il degrado socio-ambientale, la carenza di servizi, l’esclusione sociale, la carenza di attività economiche, la scarsa integrazione sociale sul territorio4.

Per fare fronte a questi grandi problemi di squilibrio tra centro e periferia, il PSV prevede una serie di progetti di riqualificazione e rigenerazione urbanistica da attuarsi tramite i seguenti strumenti messi a disposizione dell’amministrazione comunale: POR, PRUSST, Programma URBAN, Contratti di Quartiere, Decreto Reggio5. È ovvio che il problema delle periferie non riguarda solo Reggio Calabria, esempi di questo tipo c’è ne sono moltissimi, basti pensare al caso delle Favelas in Brasile, le cosiddette città informali. In Brasile, si sta cercando di rendere questi sistemi urbani spontanei più fruibili: consentire il movimento anche alla popolazione anziana, introduzione di nuove attività commerciali e culturali, dotazione dei servizi di base (fogna, infrastrutture, rete idraulica), diffusione delle buone pratiche di convivenza sostenibile (raccolta differenziata). Questo processo di riqualificazione parte nel 1983 con l’emanazione della legge 3532 in cui la Favela viena riconosciuta come parte integrante della città e alle famiglie che occupano un territorio illegalmente per la costruzione di una dimora, possono continuare ad occupare i lotti e tramite un procedimento legale ottenere la proprietà degli stessi. La conseguenza più immediata è stata quella di portare le persone ad investire nella propria casa con generale miglioramento delle condizioni di vita6.

Anche il PSU del comune di Reggio Calabria prevede a grandi linee gli stessi interventi primari come quelli messi in atto in Brasile, tuttavia la strada da percorre è ancora in salita come mi riferisce l’architetto D.B, dipendente presso l’ufficio urbanistica con cui ho deciso di approfondire questa tematica. Mi viene detto che l’ultimo PRG (Piano Regolatore Generale), il Piano Quaroni, non è stato mai messo in pratica a causa del forte abusivismo che caratterizza la città, fenomeno facilmente riscontrabile anche affacciandosi dalla finestra dell’ufficio del mio interlocutore: case a più piani innalzate incuranti della normativa vigente, che spesso non vengono portate a termine e di cui ne restano soltanto gli scheletri a testimoniare l’ingiuria praticata sul territorio. Per farsi un’idea più chiara, che va oltre a ciò che è visibile da una qualsiasi finestra, basti solo pensare che per quanto concerne il condono del 1985 risultano ancora 20.000 domande da verificare. Per quanto invece riguarda gli edifici già condonati, questi hanno presentato tutti la documentazione d’idoneità statica e non possono venire demoliti anche laddove non rispettano il vincolo paesaggistico in quanto «l’abusivismo crea clientelismo7».

Dal 2004 si lavora al Piano Strutturale8 in forza della legge regionale 19/2002 che disciplina la pianificazione, la tutela ed il recupero del territorio. Nel 2012 è stato approvato il Piano Conoscitivo ma attualmente è tutto fermo in quanto il Piano Strategico non ha pronto il documento VAS (Valutazione Ambientale Strategica). Il Piano Strutturale del comune prevede la creazione delle seguenti macro-aree:

  • ambito urbanizzato,
  • zone urbanizzabili,
  • aree di vincolo,
  • zona agricola (patrimonio agro-forestale).

Un’analisi approfondita rivela una forte parcellizzazione e non condivisione del territorio «questo è mio e la pentola comune non bolle mai9». Una storia popolare che ben si presta alla descrizione della natura individualista riscontrabile nella città mi viene raccontata dal mio interlocutore.

D.B. Tre reggini trovano la famosa lampada dei desideri, la strofinano ed esce il genio che gli promette di realizzare un desiderio per ciascuno. Chiede il genio al primo – Tu che cosa vuoi? – io voglio 500 pecore. Eccotele. Chiede il genio al secondo – E tu che cosa vuoi? – Se a lui hai dato 500 pecore, io ne voglio 1000. Infine il terzo – E tu che cosa vuoi? – Io vuogghiu ca’nci muoiano i pecori a tutti dui! (Traduzione: io voglio che ci muoiano le pecore a tutti e due!)10

Oltre all’abusivismo però, uno dei problemi più grossi risulta essere il controllo del territorio, funzione esercitata in maniera oppressiva dalla criminalità organizzata. Reggio non è l’unica città a soffrire di questi mali, tuttavia tutti questi elementi negativi fin qui individuati, mi fa notare D.B, «alimentano un principio di osteggiamento agli imprenditori che vorrebbero investire in città». Questa situazione va a mettere un freno anche ai dipendenti dell’ufficio urbanistica, molti dei quali hanno voglia di lavorare per la propria città ma lo riescono a fare solo in piccola parte.

Concludendo, analizzare un territorio sotto vari punti di vista è molto importante in antropologia e quello che si sta portando avanti in queste pagine è un approccio multidisciplinare cominciato con la storia, la geografia e ora l’urbanistica che si pone come obiettivo quello di fare un’analisi spaziale che contestualizzi il mio campo di ricerca: Reggio Calabria.

Figura 12 – Edificio abusivo ubicato di fronte all’Ufficio Urbanistica del Comune di Reggio Calabria

(Fonte: fotografia dell’autrice)

Continua alla prossima puntata…

1 Dato ISTAT proveniente dal 15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni consultabile dal sito www.censimentopopolazione.istat.it .

2 Comune di Reggio Calabria, 2009, DOCUMENTO PRELIMINARE (DP) AL PIANO STRUTTURALE COMUNALE (PSC), p. 22.

3 La breve ricostruzione fin qui fatta sui piani regolatori che hanno interessato la città è stata supportata dalle seguente fonte: Comune di Reggio Calabria, 2004, PSV (PIANO SVILUPPO URBANO).

4 Passarelli, D., Critelli, F., Errigo, M. F., Mauro, G.C., Salerno, G.; Tucci, N., 2007, Indirizzi e strategie per la rigenerazione urbana e territoriale: la riqualificazione dei contesti spontanei. Una esemplificazione sugli effetti prodotti dagli strumenti do programmazione, INU Convegno Nazionale.

5 POR (Programmi Operativi Regionali), PRUSST (Programmi di Riqualificazione Urbana e Sviluppo del Territorio), URBAN (Programma di rigenerazione urbana promosso dall’Unione Europea.

6 Le informazioni sull’edificazione spontanea e riqualificazione della Favela sono state estratte dalle seguenti fonte: Lengueglia, L., 2009, ANALISI DELLA CITTA’ BRASILIANA E METODOLOGIE DI RIQUALIFICAZIONE URBANA.

7 Questa espressione è più volte utilizzata dal mio interlocutore per sottolineare il collegamento tra politica e cattiva gestione del territorio, laddove la messa in regola di una casa significa un voto assicurato per chi si fa promotore delle politiche di condono.

8 In questa fase mi viene puntualizzata la differenza tra Piano Strutturale che concerne lo sviluppo urbanistico della città e Piano Strategico che riguarda invece la visione strategica d’insieme sulla città.

9 Il mio interlocutore adopera spesso modi di dire popolari per aiutarmi a comprendere la realtà local

Un libro per riflettere su “Quel che resta…”

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Ci sono libri che più di altri ti spingono alla riflessione, non solo perché ti ritrovi tra le righe che stai leggendo e ti senti capito ma anche perché sei costretto ad un certo punto a fare i conti con te stesso. Il libro che mi ha indotto a cominciare questo percorso di riflessione è “Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni.” di Vito Teti. La storia a volte da sola non basta a decifrare un contesto, a capire il comportamento umano in quel determinato luogo, abbiamo quindi bisogno di storie più circoscritte. A me personalmente ha sempre appassionato l’idea del luogo inteso come un mosaico, tanti piccoli pezzi ognuno indispensabile per vedere con chiarezza l’immagine finale, tante voci per un unico coro che per essere ben diretto ha bisogno di una guida in questo caso l’antropologo che ritroviamo nella figura di Vito Teti.

Il libro si suddivide in tre parti: Schegge, Vuoti, Ombre.

Schegge. Sono le rovine e le macerie che restano nei luoghi e li ridefiniscono dopo le catastrofi naturali, la battaglia perduta della produzione di artefatti e edifici contro natura, ma anche la guerra, la violenza terroristica, la speculazione e l’abuso edilizio.

Vuoti. Sono i luoghi dopo l’abbandono, la fuga, l’emigrazione, la chiusura del paese.

Ombre. Sono tracce insieme effimere e durature di uno sdoppiamento, di una separazione… La fine del paese come centro della vita e dell’identità di una civiltà intera e la rinascita di un paese doppio, nei nuovi luoghi dell’emigrazione…

Il libro è ricco di passaggi che inducono a riflettere uno tra tutti lo scambio di lettere con sorella Chiara (pp 282-283) dove ci si sofferma sulla molteplicità di sentimenti che nascono dal verbo “Restare”. Ne scaturisce più volte un senso di paura, instabilità, spaesamento, che ovviamente troviamo insiti anche in chi emigra e tu lettore, osservatore della società ti chiedi perché una persona è più disposta a provare tutto questo in un paese straniero piuttosto che prendersi il “rischio” a casa propria…

Cresciamo a volte in famiglie che per quanto ci vogliano bene spesso ci mettono davanti alla “cruda realtà” dicendoci “qui non c’è futuro, te ne devi andare”. Dall’altro lato della medaglia ci sono poi quelli che restano, anche loro hanno paura ma invece di andar via decidono di lottare con l’instabilità. Sono quelli che prendendo ancora una volta in prestito le parole di sorella Chiara si sono messi in ascolto dell’anima di questa terra, che hanno trovato il senso del restare, che fanno battere la vita in questi luoghi…

La Calabria, inutile nascondersi solo dietro alla bellezza dei suoi paesaggi, ha grandi problemi che non voglio approfondire in questo contesto, ma dove possiamo trovare la forza di vivere questo luogo piuttosto che abbandonarlo e sostenere chi già lo sta facendo?

Vorrei chiudere questa mia breve riflessione con questa citazione (p.178), ne avrei potute scegliere tante altre da questo splendido libro, però queste parole vogliono essere un invito per noi tutti umili divulgatori che amano questa terra a continuare a raccontarla, farla conoscere, farla vivere da qualsiasi parte del mondo ci troviamo.

Un paese abbandonato non scompare del tutto fino a quando qualcuno ne pronuncia il nome, ne ricostruisce gli eventi, ne ripercorre la storia.

Buona lettura…

Vito Teti, Quel che resta. L’ Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni, 2017, Donzelli Editore

A toccare il cielo con un dito in cima al Castello Aragonese…

Stai passeggiando per la città ed all’improvviso davanti ai tuoi occhi un castello a rievocare in te la magia delle fiabe e per dirla come direbbe Ariosto “le dame, i cavallier, l’armi, gli amori…”.

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Il Castello di Reggio Calabria nonostante prenda il nome di “aragonese” ha origini ben più antiche, fonti storiche fissano un’ipotetica data di costruzione tra il 536 e il 549 per opera bizantina. Nel corso dei secoli il castello fu interessato a vari interventi di ampliamento soprattutto durante il dominio Aragonese, periodo in cui vennero erette le due torri merlate ancora oggi esistenti. Nel 1869 in seguito all’Unità d’Italia e con l’emanazione del nuovo piano regolatore ci fu chi ne propose l’abbattimento per dare spazio alla creazione di una grande piazza, ne seguì una parziale demolizione ed ulteriori danneggiamenti provocati dal devastante terremoto del 1908. Successivamente il Castello fu nuovamente vittima sacrificale dei piani urbanistici della città e fu soggetto ad ulteriori demolizioni per collegare Via Aschenez con Via Cimino.

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Tuttavia anche se gran parte della struttura originaria si è persa nei corsi dei secoli, il Castello Aragonese non è assolutamente da considerarsi un semplice monumento ubicato al centro di una piazza; dall’alto delle sue torri merlate è possibile godere ancora di una delle viste più belle e panoramiche sulla città, un luogo di passaggio di cittadini e turisti, una maestosità pacata ed elegante in mezzo al “disordine” urbanistico di questa città dove basta poco per toccare il cielo con un dito…

 

Tracce d’archeologia industriale a Reggio Calabria: l’Arenella

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La Calabria è un luogo meraviglioso e sa sempre coglierti di sorpresa la stessa che ho provato la mia prima volta a San Gregorio. I miei studi mi avevano condotto in questo rione di Reggio Calabria ma non sapevo che mi sarei trovata davanti importanti testimonianze del passato industriale di questo territorio : l’ Arenella, il vecchio stabilimento per l’estrazione dell’essenza del bergamotto. Purtroppo è stato un vero peccato vedere questo sito abbandonato a se stesso in quanto con un giusto percorso di valorizzazione potrebbe essere un elemento attrattore per tutti coloro interessati all’archeologia industriale o per chi semplicemente è interessato alla storia del proprio territorio.

Qui potrete vedere resti di strumentazioni molto rari da trovare nel resto d’Italia, anzi forse presenti solo qui ed in Inghilterra. Vi lascio con le immagini di quel che resta di questo passato industriale che molti “snobbano” ma che è lì immobile a testimoniare che la Calabria non era una regione arretrata anzi…

 

 

Benvenuti al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. Un viaggio tra le bellezze della Magna Grecia ma non solo…

Per molti è uno dei principali motivi per cui visitare Reggio Calabria, per altri la degna conclusione in seguito all’esplorazione delle varie bellezze della città, per altri ancora luogo dove poter perfezionare i propri studi storici; qualsiasi sia il motivo che vi conduce fino a qua non ne resterete delusi! Un museo che in seguito alla sua riapertura dopo i necessari interventi di ristrutturazione ci regala un palazzo Piacentini dal design moderno, con ampi spazi luminosi dove i reperti sono ben disposti ed accompagnati da supporti digitali e dettagliate descrizioni sia in lingua italiana che inglese.

La nuova struttura non ha niente da invidiare ad altri musei nazionali ed internazionali più conosciuti ed ospita pezzi di grande valore ricchi di bellezza e storia. La Magna Grecia d’improvviso si materializza davanti ai vostri occhi: oggetti di vita quotidiana, mosaici, vasellame, ornamenti, epigrafi…una lezione di storia dove le immagini dei libri finalmente prendono forma! Palazzo Piacentini stesso sorge su di un luogo “impregnato” di storia considerando il fatto che sotto le sue fondamenta sono state rinvenute catacombe ellenestiche.

Adesso però è ora di cominciare la nostra visita…

L’esposizione si articola su quattro piani, un viaggio che dal Paleolitico giunge fino all’età tarda romana, una narrazione che prende vita attraverso preziosi reperti provenienti da tutta la Calabria ed una sezione dedicata alla città “Rhegion” al pianterreno dove la vostra attenzione verrà sicuramente catalizzata verso lo splendido mosaico del II-III a.C. rinvenuto nel 1908 presso palazzo Guarna in seguito al devastante terremoto che colpì la città.

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Sicuramente i protagonisti indiscussi del museo restano però loro, i Bronzi di Riace, collocati al primo piano inferiore in una sala dotata di un sofisticato sistema di climatizzazione per proteggerli dalla corrosione. Le due statue poggiano su basi portanti antisismiche progettate a difesa dei due guerrieri di bronzo più famosi nel mondo…

L’accesso alla sala dei Bronzi avviene a piccoli gruppi previo processo di decontaminazione nella saletta antecedente. I Bronzi, rivenuti dal mare nell’agosto del 1972, attirano ogni anno migliaia di turisti e speriamo continuino a fare da traino all’interno del grande progetto di valorizzazione dei beni culturali di questa città, un percorso che comincia all’esterno (le mura greche della Via Marina, le Terme Romane, l’area sacra del Parco archeologico Griso-Laboccetta, gli scavi di Piazza Italia…) e culmina all’interno del museo (o viceversa). Un museo quindi che oltre ad essere un luogo d’incontro e conoscenza, cerca di mettere insieme i vari frammenti della storia disseminati all’interno della città.

Per rimanere aggiornati sugli eventi, le mostre temporanee e tanto altro potete connettervi con la pagina social del museo: www.facebook.com/MuseoArcheologicoRC

…buon viaggio!!!

Archeottrekking urbano a Reggio Calabria: la città che non ti aspetti…

 

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Ci sono vari modi per entrare in contatto con una città, sicuramente se abbiamo scelto di visitarla è perché qualcosa o qualcuno ci ha inspirato nel farlo. Se la città oggetto del vostro desiderio è Reggio Calabria oggi vi propongo un modo nuovo e coinvolgente per esplorarla, si tratta dell’Archeotrekking ideato dall’Ass. “Il Giardino di Morgana”. Un percorso fuori dai soliti schemi prettamente per turisti, guidati dal giovane e preparato Domenico Guarna, il nostro itinerario alternativo a Reggio Calabria inizia da via Giulia, un nome che già in sé rievoca un sapore di antica Roma…

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Il viaggio urbano nella città si sviluppa a tappe, le cui “stazioni” sono tutti punti di elevato interesse storico-paesaggistico. Faccio una premessa, i racconti di Domenico tra una tappa e l’altra sono coincisi e dettagliati il tutto a sottolineare come il percorso procede fluido ed anche laddove non siate appassionati di storia, potrete concentrarvi sulla fotografia: gli scorci paesaggistici che incontrerete saranno di grande bellezza!

 

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Da che cosa si differenzia questo Archeotrekking dal solito giro con guida turistica? Innanzitutto si tratta di un’idea originale a conferma che fare trekking non è appannaggio esclusivo della montagna. Secondo è un’attività di eco-turismo che intercetta non solo persone che provengono da fuori ma anche i reggini stessi che molto spesso presi dalla frenesia della quotidianità non riescono ad apprezzare il bello che li circonda frutto di una storia millenaria. Terzo punto ma fondamentale, la grande passione con cui Domenico ci racconta la sua città, cercando di farla diventare anche nostra.

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Allora vi ho incuriosito abbastanza e volete sapere il prossimo appuntamento dell’Archeotrekking in città? Collegatevi al sito http://www.ilgiardinodimorgana.it oppure seguite l’attività dell’associazione sui social.