Un libro per riflettere su “Quel che resta…”

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Ci sono libri che più di altri ti spingono alla riflessione, non solo perché ti ritrovi tra le righe che stai leggendo e ti senti capito ma anche perché sei costretto ad un certo punto a fare i conti con te stesso. Il libro che mi ha indotto a cominciare questo percorso di riflessione è “Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni.” di Vito Teti. La storia a volte da sola non basta a decifrare un contesto, a capire il comportamento umano in quel determinato luogo, abbiamo quindi bisogno di storie più circoscritte. A me personalmente ha sempre appassionato l’idea del luogo inteso come un mosaico, tanti piccoli pezzi ognuno indispensabile per vedere con chiarezza l’immagine finale, tante voci per un unico coro che per essere ben diretto ha bisogno di una guida in questo caso l’antropologo che ritroviamo nella figura di Vito Teti.

Il libro si suddivide in tre parti: Schegge, Vuoti, Ombre.

Schegge. Sono le rovine e le macerie che restano nei luoghi e li ridefiniscono dopo le catastrofi naturali, la battaglia perduta della produzione di artefatti e edifici contro natura, ma anche la guerra, la violenza terroristica, la speculazione e l’abuso edilizio.

Vuoti. Sono i luoghi dopo l’abbandono, la fuga, l’emigrazione, la chiusura del paese.

Ombre. Sono tracce insieme effimere e durature di uno sdoppiamento, di una separazione… La fine del paese come centro della vita e dell’identità di una civiltà intera e la rinascita di un paese doppio, nei nuovi luoghi dell’emigrazione…

Il libro è ricco di passaggi che inducono a riflettere uno tra tutti lo scambio di lettere con sorella Chiara (pp 282-283) dove ci si sofferma sulla molteplicità di sentimenti che nascono dal verbo “Restare”. Ne scaturisce più volte un senso di paura, instabilità, spaesamento, che ovviamente troviamo insiti anche in chi emigra e tu lettore, osservatore della società ti chiedi perché una persona è più disposta a provare tutto questo in un paese straniero piuttosto che prendersi il “rischio” a casa propria…

Cresciamo a volte in famiglie che per quanto ci vogliano bene spesso ci mettono davanti alla “cruda realtà” dicendoci “qui non c’è futuro, te ne devi andare”. Dall’altro lato della medaglia ci sono poi quelli che restano, anche loro hanno paura ma invece di andar via decidono di lottare con l’instabilità. Sono quelli che prendendo ancora una volta in prestito le parole di sorella Chiara si sono messi in ascolto dell’anima di questa terra, che hanno trovato il senso del restare, che fanno battere la vita in questi luoghi…

La Calabria, inutile nascondersi solo dietro alla bellezza dei suoi paesaggi, ha grandi problemi che non voglio approfondire in questo contesto, ma dove possiamo trovare la forza di vivere questo luogo piuttosto che abbandonarlo e sostenere chi già lo sta facendo?

Vorrei chiudere questa mia breve riflessione con questa citazione (p.178), ne avrei potute scegliere tante altre da questo splendido libro, però queste parole vogliono essere un invito per noi tutti umili divulgatori che amano questa terra a continuare a raccontarla, farla conoscere, farla vivere da qualsiasi parte del mondo ci troviamo.

Un paese abbandonato non scompare del tutto fino a quando qualcuno ne pronuncia il nome, ne ricostruisce gli eventi, ne ripercorre la storia.

Buona lettura…

Vito Teti, Quel che resta. L’ Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni, 2017, Donzelli Editore

A toccare il cielo con un dito in cima al Castello Aragonese…

Stai passeggiando per la città ed all’improvviso davanti ai tuoi occhi un castello a rievocare in te la magia delle fiabe e per dirla come direbbe Ariosto “le dame, i cavallier, l’armi, gli amori…”.

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Il Castello di Reggio Calabria nonostante prenda il nome di “aragonese” ha origini ben più antiche, fonti storiche fissano un’ipotetica data di costruzione tra il 536 e il 549 per opera bizantina. Nel corso dei secoli il castello fu interessato a vari interventi di ampliamento soprattutto durante il dominio Aragonese, periodo in cui vennero erette le due torri merlate ancora oggi esistenti. Nel 1869 in seguito all’Unità d’Italia e con l’emanazione del nuovo piano regolatore ci fu chi ne propose l’abbattimento per dare spazio alla creazione di una grande piazza, ne seguì una parziale demolizione ed ulteriori danneggiamenti provocati dal devastante terremoto del 1908. Successivamente il Castello fu nuovamente vittima sacrificale dei piani urbanistici della città e fu soggetto ad ulteriori demolizioni per collegare Via Aschenez con Via Cimino.

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Tuttavia anche se gran parte della struttura originaria si è persa nei corsi dei secoli, il Castello Aragonese non è assolutamente da considerarsi un semplice monumento ubicato al centro di una piazza; dall’alto delle sue torri merlate è possibile godere ancora di una delle viste più belle e panoramiche sulla città, un luogo di passaggio di cittadini e turisti, una maestosità pacata ed elegante in mezzo al “disordine” urbanistico di questa città dove basta poco per toccare il cielo con un dito…